Cari Red-pinguini, ci siamo ricascati. Con tutte le scarpe e la cravatta della domenica.
Mentre noialtri qua giù bestemmiamo dietro alle solite frane sulla Basentana, ai convogli lumaca a binario unico e ai rubinetti che d’estate sputano aria e dopo la figuraccia “informatica” dei server in salsa lucana, nei salotti buoni di Roma hanno decretato che il nostro destino si salva solo col mini-atomo da comodino.
Il teatrino lo conoscete. Solita farsa, solita sceneggiata.

Come hanno sbandierato tronfi in queste ore Euronews e Metropolitano.it, la Camera ha calato la pietra tombale: ok definitivo alla delega sul nucleare cosiddetto sostenibile. Una legge vuota, una cambiale in bianco per far finta di tornare agli anni Ottanta ma con la vernice ecologica.

Giorgia Meloni è corsa subito su Agenparl a parlare alla nazione: l’Italia riapre la partita, siamo pionieri, sovranità energetica a portata di mano. Poi arrivano loro, i padroni del vapore di Confindustria, con le dichiarazioni fotocopia: svolta storica, competitività per le fabbriche, festa grande. Quando sento gli industriali applaudire a scena aperta a una manovra a debito pubblico differito, io mi tocco. Dalle nostre parti la lezione brucia ancora: a Roma brindano ai grandi piani strategici, a noi lasciano le scorie, i tubi arrugginiti e manco un posto di lavoro.

Ma il capolavoro autentico non sta nelle chiacchiere dei ministri. Sta nella porcheria grafica che hanno combinato nei palazzi, lì dove l’arroganza incontra il taglia-incolla più spudorato. È una roba che fa venire il voltastomaco, scoperchiata dal Coordinamento FREE e finita dritta sulla rubrica aziendale di Rinnovabili.it, mentre i telegiornali di Stato si giravano dall’altra parte.
Guardate come lavorano i professionisti della truffa. Terna S.p.A., nel suo studio corposo sulle Prospettive al 2050 scritto su ordine dell’ARERA, a pagina quaranta piazza la Figura 37: una cartina del pianeta presa direttamente dal catalogo 2024 dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il titolo di Terna era onesto: progetti SMR nel mondo per grado di avanzamento. C’era una legenda con sei colori distinti per non prendere per i fondelli nessuno: idee concettuali, progettazione preliminare, disegni di dettaglio, fase di sviluppo, cantieri aperti e reattori in marcia.

La leggevi e ti mettevi l’anima in pace: il novanta per cento dei progetti occidentali sta ancora fermo nelle cartelline dei professori o nei rendering 3D da far vedere agli azionisti. Quelli veri, allacciati alla rete a scaldare l’acqua, si contano sulle dita di una mano: una baracca galleggiante in Siberia e un paio di reattori sperimentali cinesi. Punto. Tutto qui.

E cosa combinano gli scienziati degli Uffici Studi di Camera e Senato quando devono infiocchettare il Dossier 623 per far votare i parlamentari sull’Atto 2669? Pigliano la mappa di Terna, la schiaffano a pagina otto e zac: via la legenda. Tagliata col bisturi.

I pallini colorati li lasciano lì a fare colore, ma tolgono il testo che spiegava cosa significassero. Poi ribattezzano l’immagine: i progetti SMR attivi nel mondo. Attivi. Una parola criminale buttata lì apposta. Il deputato pigro e il cittadino che guarda distrutto il cellulare vedono quella carta e pensano: perbacco, il pianeta è pieno zeppo di micro-centrali pronte da montare, ne ordiniamo quattro su Amazon e risolviamo la bolletta. Follia pura.

Una truffa da ufficio stampa di quart’ordine spacciata per atto parlamentare.

Poi arriva Sky TG24 a venderci la favola bella: vi chiedete a che punto stanno i reattori modulari? Nessun problema, non sono i colossi d’un tempo, sono tubetti metallici assemblati in fabbrica, sicurissimi, scaldano i distretti industriali, ci faranno l’idrogeno gratis.
Peccato che se ti metti a spulciare i dettagli veri, come ha provato a fare La Repubblica leggendo i costi e i tempi del dossier, il primo scatolotto funzionante in Italia non arriverà prima del 2035
. Se tutto va bene. Nel nostro Paese, significa direttamente il 2045. Il PNIEC 2024, citato a pagina quattordici del dossier, ammette candidamente che fino al 2030 il nucleare non tocca palla, relegato a una stima teorica al 2050 che se va di lusso coprirà un misero undici per cento della baracca. E il Politecnico di Milano, con il rapporto Nuclear Outlook citato a pagina cinquanta, vi avvisa pure: prima del decennio 2040 non vedremo girare mezzo elettrone.
Ditemi voi se questa non è malafede. Ci dicono di frenare sulle rinnovabili — che oggi costano una frazione, si piantano sui tetti in un pomeriggio e abbattono il costo vivo della luce — per inseguire la chimera a fissione di cui non esiste manco la filiera. Terna stessa certifica che integrare le rinnovabili costa incredibilmente meno rispetto ai capitali mostruosi chiesti da questi giocattoli nucleari. Ma il giochino serve proprio a questo: vendere il fumo atomico per continuare a bruciare gas fossile a peso d’oro, garantendo dividendi miliardari a chi campa sul salasso delle nostre tasche.
E a me, che vivo su questa terra di Lucania, il fiele sale in gola. Il novantacinque per cento del nostro territorio è a rischio frana permanente o esposto a scosse sismiche devastanti: lo hanno dovuto scrivere pure gli ingegneri auditi alla Camera a pagina cinquantacinque del dossier. Dove li vogliono piazzare questi bidoni radioattivi? Sopra le nostre argille che scivolano a valle a ogni temporale? Vicino ai nostri torrenti che ad agosto diventano fiumare di pietre secche? E le scorie, santiddio?
Siamo nel 2026 e l’Italia non è riuscita a trovare un buco dove infilare le scorie di quarant’anni fa. Il Comune di Trino si era candidato per disperazione finanziaria ed è dovuto scappare a gambe levate tra i forconi dei cittadini, come ricorda mestamente la scheda a pagina ventidue del dossier parlamentare.

La Sogin dice senza vergogna che solo per finire le carte del Deposito Nazionale serviranno altri cinquantacinque mesi, tirando dritti a fine 2029 senza aver scavato un centimetro di terra. Però nel disegno di legge, all’articolo tre, lettere f, h e i, il Governo ha blindato tutto: autorizzazioni indifferibili, urgenti, di pubblica utilità, che scavalcano d’ufficio i piani dei Comuni, con esproprio immediato dei terreni e dichiarazione di inamovibilità. Decidono loro a Roma, arrivano con le ruspe e zittiscono i sindaci.

E a Potenza? Silenzio di tomba. Il generale Vito Bardi, sempre pronto a sparare comunicati stampa quando c’è da farsi una foto col ministro o tagliare nastri di paese, sull’ipotesi di vederci rifilare qualche reattore bonsai o le relative scorie non fiata. Muto. Rintanato nel palazzo.

Sardegna, Toscana e Umbria hanno avuto il fegato di votare contro in Conferenza Unificata, come certifica pagina trentatré del dossier. Bardi no. Bardi fa il pesce in barile. Tace, aspettando gli ordini di scuderia per fare il passacarte quando ci manderanno la mappa con le crocette rosse sopra le nostre colline.

Forse si è scordato il novembre del 2003 a Scanzano Jonico, quando centomila lucani scesero sui binari e sulle statali a bloccare l’Italia intera per cacciare il decreto del governo amico sulle scorie nucleari. Quel silenzio oggi puzza di svendita di una regione già trasformata in colabrodo per il petrolio e per il gas che arricchiscono gli altri lasciando a noi le briciole.

Volete la beffa finale? Leggetevi l’articolo quattro del testo, a pagina sessantasei del dossier. Per lo smantellamento futuro, per le coperture assicurative dei disastri, per aiutare le imprese a costruire gli impianti non c’è un centesimo: tutto rinviato a future manovre finanziarie, sotto la solita barzelletta dell’invarianza di spesa. Ma i soldi veri, quelli sonanti, li hanno trovati subito al comma due: sette milioni e mezzo di euro tra 2025 e 2026, pescati dai fondi speciali del Ministero dell’Ambiente, per pagare campagne pubblicitarie e rassicurare il popolo bue.

Milioni nostri per pagare influencer, spot caramellati e grafici senza legenda, per convincerci che tenersi il nocciolo radioattivo dietro il pollaio fa bene alla salute e sa di futuro.

Insomma, cari Red-pinguini, mentre a Roma taroccano le mappe coi pennarelli e a Potenza Bardi si finge morto per non disturbare i padroni del vapore, prepariamoci a sborsare le bollette più salate del mondo in attesa della scatoletta atomica che non arriverà mai. Qui comunque siamo pronti a nuove mobilitazioni… La Lucania ha gia dati! pure troppo (vedi petrolio e acqua)
Ciauz e alla prossima

Di Admin