Cari Red-pinguini, hanno deciso che camminare per strada è diventato un atto di insubordinazione civile.
L’ultima perla partorita dai palazzi romani riscrive le strisce pedonali con un capolavoro di ipocrisia burocratica: d’ora in avanti, chi attraversa a piedi non ha più semplicemente la precedenza garantita dall’asfalto dipinto di bianco. No, troppo comodo. Il pedone dovrà fermarsi, attendere sul ciglio del marciapiede e accertarsi con assoluta perizia di essere stato visto dal guidatore in arrivo prima di osare poggiare la suola a terra. Fermarsi e verificare. Praticamente un protocollo diplomatico con l’automobilista prima di azzardare un passo verso il marciapiede opposto.
Follia pura.
Venite a spiegarla quaggiù, questa genialata. Portate i soloni del Ministero a fare un giro in Basilicata, lontano dai viali tirati a lucido dei centri direzionali e dalle corsie preferenziali con le telecamere a ogni lampione. Metteteli su una strada provinciale tra i tornanti verso Avigliano, nei rioni storici di Potenza tra un dosso e una salita al venti per cento, o lungo i collegamenti interni del Materano dove l’asfalto non viene rifatto da prima del terremoto dell’Ottanta.
Qui le strisce pedonali sono spesso un reperto archeologico. Linee bianche fantasma, sbiadite dalle intemperie e cancellate dal fango, spesso inghiottite da voragini grandi come crateri lunari o interrotte bruscamente da una frana che si porta via mezzo metro di corsia alla volta. E l’illuminazione pubblica? Un miraggio. Due lampioni al sodio funzionanti a inizio paese, poi il buio pesto fino alla rotonda successiva, dove se ti va bene trovi un guardrail arrugginito e se ti va male una scarpata senza protezione.
Immaginatevi la scena, quella vera. Autunno inoltrato, nebbia fitta che scende dai boschi e taglia la visibilità a meno di dieci metri, pioggia sferzante. Sei lì, a piedi, con due buste della spesa pesanti come macigni, mentre cerchi di raggiungere l’altro lato della carreggiata per rincasare. Dal fondo spunta un SUV da due tonnellate e mezzo lanciato a ottanta all’ora per schivare una serie di buche killer sul manto stradale dissestato. Chi guida ha gli abbaglianti piantati dritti nei tuoi occhi, una mano sul volante e lo sguardo perso nello schermo luminoso del cellulare appoggiato sulle bocchette dell’aria.
E il legislatore cosa impone a me, cittadino che cammina a piedi nel buio di una terra dimenticata da Dio e dall’ANAS? Mi impone di stabilire un contatto visivo. Di verificare telepaticamente che il tizio al volante mi abbia inquadrato nella sua retina prima che io osi calpestare il catrame. Come se attraversare la strada fosse un negoziato paritetico e non una roulette russa contro un proiettile d’acciaio sparato sul bagnato.
Se quello non frena, se scivola sul brecciolino mai spazzato o se semplicemente non ti vede perché i fari riflettono sulla nebbia, di chi è la colpa? Nostra. Ovvio. Concorso di colpa servito su un piatto d’argento alle compagnie assicurative.
Tutto qui il succo della faccenda. Questo non è un provvedimento concepito per tutelare la vita umana. È una gigantesca, sfacciata operazione di scarico di responsabilità. Quando lo Stato e gli enti locali non hanno un euro bucato per asfaltare le provinciali, quando la rete viaria lucana cade a pezzi tra viadotti traballanti e cantieri eterni senza operai, qual è la scorciatoia più a buon mercato? Colpevolizzare la vittima. Ribaltare il tavolo. L’onere della sopravvivenza passa interamente sulle gambe di chi cammina, dell’anziano con il bastone che deve scavalcare le pozzanghere profonde venti centimetri, del ragazzino che aspetta il pullman scolastico sul ciglio di una statale priva perfino di banchina.
È una sottomissione totale al padrone supremo dello spazio pubblico: l’automobile a ogni costo. Nei nostri paesi, dove il trasporto pubblico locale è un terno al lotto che ti costringe a prendere la macchina persino per andare a comprare un litro di latte, chiunque si muova a piedi è già considerato un cittadino di serie C. Un intruso. Un fastidioso ostacolo mobile che osa rallentare la corsa dei veicoli.
Invece di obbligare chi sfreccia a rallentare nei centri abitati dissestati, invece di installare dissuasori, dossi a norma e marciapiedi rialzati che non si trasformino in fiumiciattoli di fango al primo temporale, si fa un favore plateale a chi ha il piede pesante. Si dice al guidatore distratto: tranquillo, se quello non ti ha fatto il saluto militare prima di mettere la suola a terra, la legge ti copre le spalle.
Dovremo iniziare a girare con i razzi di segnalazione navale nelle tasche del giaccone. O magari con una paletta catarifrangente da sventolare disperatamente nel vuoto, sperando che tra una buca e una curva a gomito qualcuno si degni di accorgersi che su quell’asfalto ci sono esseri umani in carne e ossa.
È una manovra ripugnante, un regalo confezionato su misura per i periti delle assicurazioni pronti a misurare l’angolo del tuo sguardo prima dell’impatto per limare i risarcimenti: “Eh, spiace per la frattura, ma il pedone non ha verificato con sufficiente assertività di essere stato percepito”. Già me li vedo i verbali redatti tra una voragine e l’altra della Basentana.
Hanno trasformato il semplice atto di attraversare una strada pubblica in una scommessa con la sorte, dove il pedone parte sempre dalla parte del torto e le istituzioni si lavano le mani del disastro che lasciano sotto le nostre ruote e sotto le nostre scarpe.
Insomma, cari Red-pinguini, la prossima volta che dovete attraversare la strada tra le nostre montagne dissestate, ricordatevi di portarvi dietro un bengala nautico, una perizia giurata e un notaio sul marciapiede pronto a certificare che il SUV vi ha degnato di uno sguardo, altrimenti rischiate di pagare pure i danni alla carrozzeria mentre vi tirano su con la paletta.
Ciauz e alla prossima

Di Admin