Mettetevi comodi e guardate bene cosa è successo in questa fine di ottobre del 2026. Se prendete i fatti per quelli che sono, senza i filtri della propaganda dei grandi giornali, vi accorgete subito di una cosa: per i signori del Palazzo a Washington la parola democrazia non ha nulla a che fare con la volontà popolare. Ha a che fare unicamente con l’obbedienza cieca. Se il popolo vota chi piace a loro, il voto è sacro, le istituzioni hanno retto e la libertà ha trionfato. Se il popolo vota chi non va a genio alla Casa Bianca o manda gambe all’aria i loro piani, allora le schede sono false, il conteggio è truccato, gli elettori sono stati ingannati e il risultato non merita nemmeno una riga di formale presa d’atto.
Partiamo dal Sudamerica. Domenica 25 ottobre in Brasile si è chiuso il ballottaggio presidenziale. Al primo turno Luiz Inácio Lula da Silva era finito dietro a Flávio Bolsonaro, il rampollo del vecchio presidente. Era dal 1985 che un candidato non riusciva a ribaltare lo svantaggio al secondo turno, ma Lula lo ha fatto: 51,8% contro 48,2%. Tradotto in carne e ossa, sono circa sessantaquattro milioni di voti contro sessanta milioni. Una marea umana che ha riempito le piazze e ha scelto il proprio presidente. Cosa ha fatto il giovane Bolsonaro appena ha visto i tabelloni definitivi? Ha fatto il copione del padre: ha rifiutato il verdetto, ha chiesto l’annullamento della tornata per presunte irregolarità e ha fatto i bagagli, volando dritto verso gli Stati Uniti per proclamarsi vincitore morale in esilio. Tutto questo mentre a Brasilia perfino i suoi alleati di partito e i vertici parlamentari abbassavano la cresta e riconoscevano la sconfitta.
E la Casa Bianca come ha accolto la decisione di sessantaquattro milioni di brasiliani? Con la solita arroganza. Donald Trump ha sparato a zero davanti alle telecamere, dicendo che quella brasiliana sembrava l’ennesima elezione truccata, definendola una disgrazia e un disastro, e rifiutandosi categoricamente di dire se avrebbe mai riconosciuto il presidente eletto. Zero prove sul tavolo, zero elementi concreti: solo fango gettato su un intero Paese reo di non aver scelto il fedele alleato della destra trumpiana. A Bruxelles, per una volta, non si sono piegati subito a novanta gradi: Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Pedro Sánchez si sono precipitati a congratularsi con Lula, parlando di vittoria del multilateralismo e della democrazia. Il contrasto è stato netto: la diplomazia europea costretta a riconoscere la realtà e Washington arroccata a gridare al complotto perché ha perso il proprio alfiere.
Passano quarantotto ore e la commedia dell’assurdo si sposta in Medio Oriente. Martedì 27 ottobre si vota in Israele. Si tratta della prima vera prova elettorale dopo il massacro del 7 ottobre 2023, dopo anni di guerra, distruzioni e proteste di piazza. I cittadini vanno alle urne e giovedì 29 lo spoglio si chiude senza lasciare scampo a interpretazioni: il blocco delle destre guidato da Benjamin Netanyahu conquista 53 seggi su 120, l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot ne prende 48, e i partiti arabi salgono a 19 seggi. Nessuno ha la maggioranza di 61 seggi per governare da solo. Netanyahu, messo alle strette da un risultato che non gli garantisce l’immunità politica e la poltrona, prende il microfono e dichiara senza vergogna che le elezioni sono state rubate.
A questo punto ci si aspetterebbe che Washington, così intransigente nel denunciare i brogli altrui, bacchettasse chi delegittima il voto del proprio Paese. Invece no. La risposta di Trump è stata l’esatto opposto: si è vantato che il suo sostegno personale ha salvato Bibi da una sconfitta schiacciante e, di fronte alle accuse di elezione rubata, ha detto serafico ai cronisti che darà un’occhiata alla situazione per capire come aiutare a formare un governo di unità nazionale e non lasciare l’amico da solo. Capite la misura del cinismo? Quando a perdere in Brasile è un candidato che prometteva fedeltà totale a Washington, il voto popolare è una frode. Quando in Israele l’alleato di ferro non raggiunge la maggioranza e grida al complotto per non mollare il potere, la Casa Bianca si offre per fare da mediatore e trovargli una via d’uscita.
In mezzo a tutto questo teatrino, il 28 ottobre si è tenuta la consueta seduta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. All’ordine del giorno, per la trentaquattresima volta consecutiva, c’era la risoluzione sulla necessità di porre fine all’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. Una misura brutale, che dura dagli anni Sessanta e che strangola la popolazione civile impedendo l’accesso a beni di prima necessità, medicinali e pezzi di ricambio. Il voto finale ha visto 130 Paesi favorevoli alla cancellazione dell’embargo, 17 contrari e 25 astenuti.Rispetto al 2025, quando la risoluzione passò con 165 voti a favore, 7 contrari e 12 astenuti, il fronte a sostegno di Cuba ha perso terreno. Questo calo non è avvenuto per magia: è il risultato di mesi di pressioni diplomatiche, minacce commerciali e torsioni di braccio messe in campo dall’amministrazione statunitense per costringere governi deboli ad allinearsi. Gli unici pesi massimi rimasti a votare compatti per mantenere il blocco sono stati gli Stati Uniti e Israele. Persino il Canada, alleato storico e confinante, ha votato a favore di Cuba, a dimostrazione di quanto sia indifendibile quella misura. L’ambasciatore americano Mike Waltz è salito al podio dell’ONU e ha dato una lezione di arroganza imperiale: ha detto ai rappresentanti degli altri Stati che votare a favore della risoluzione significava fare propaganda per un regime corrotto e ladro.
Ed è qui che arriva il capitolo più squallido, quello che tocca direttamente noi e che fa ribollire il sangue nelle vene. In quell’aula di New York, l’Italia ha firmato una delle pagine più indegne della sua storia diplomatica recente. Dopo oltre trent’anni di voti favorevoli ininterrotti alla risoluzione contro l’embargo, il governo di Roma ha deciso di astenersi. Avete capito bene: non ha votato contro il blocco che affama milioni di persone. Si è rifugiata nell’astensione, allineandosi alle pressioni americane.
Una vergognosa esibizione di codardia e di pura sudditanza coloniale. Non c’è altro modo per definire questa giravolta. I nostri burocrati alla Farnesina hanno tirato fuori comunicati arrampicati sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, parlando di diritti umani, di riforme lente e tirando in ballo persino la posizione cubana sulla guerra in Ucraina. Ipocrisia allo stato puro. Hanno svenduto trent’anni di dignità autonoma sull’altare dell’obbedienza al padrone di Washington. E la cosa che fa imbestialire ancora di più è la totale mancanza di memoria e di pudore: ci siamo dimenticati di quando gli ospedali italiani crollavano durante la pandemia e i medici cubani arrivavano a lavorare nelle nostre corsie mentre gli alleati occidentali ci sequestravano i carichi di mascherine alla frontiera? La risposta del governo italiano è stata voltare la faccia dall’altra parte, abbassare lo sguardo al passaggio degli emissari della Casa Bianca e certificare al mondo intero che quando Washington tira il guinzaglio, a Roma si scatta sull’attenti senza fiatare.
| Scenario elettorale o voto | Risultato effettivo | Reazione di Washington |
| Brasile (Ballottaggio 25/10/2026) | Lula vince con il 51,8%, Bolsonaro vola negli USA | “Elezione truccata e disastro”: nessun riconoscimento |
| Israele (Knesset 27/10/2026) | Netanyahu fermo a 53 seggi, accusa furti nel voto | Totale sponda politica e promessa di aiuto per il governo |
| ONU (Embargo Cuba 28/10/2026) | 130 voti contro il blocco; l’Italia volta le spalle e si astiene | Risoluzione bollata come mera propaganda per il regime |
Il quadro d’insieme è chiarissimo. La sovranità degli elettori e il rispetto per i popoli sono diventati concetti a geometria variabile. Quando i cittadini scelgono chi non fa gli interessi dell’impero, quella scelta viene degradata a truffa, broglio o crimine da punire con l’embargo. Quando invece il voto premia chi garantisce affari e sottomissione, allora anche un risultato mutilato e contestato diventa degno di tutela e di soccorso immediato.
Chi vive da questa parte del mondo e crede ancora alle favole sulla difesa dei valori democratici farebbe bene a svegliarsi una volta per tutte. Non ci sono principi etici in queste stanze, ci sono solo rapporti di forza, convenienze di bottega e alleanze di comodo dove chi comanda decide e i vassalli eseguono senza vergogna.
Fonti e riferimenti (dati aggiornati al 30 ottobre 2026)
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ONU e embargo a Cuba:
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UN News – Risultati del voto all’Assemblea Generale
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UN News – Dibattito e presentazione della risoluzione
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UN Media – Archivio video della sessione
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Reuters – Pressioni diplomatiche USA sul voto cubano
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PBS NewsHour – Dichiarazioni dell’ambasciatore Mike Waltz
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CBC News – Voto favorevole del Canada alla risoluzione
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Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Comunicato sull’astensione italiana
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Elezioni presidenziali in Brasile:
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BBC News – Vittoria di Lula al ballottaggio
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Associated Press – Reazioni internazionali e dichiarazioni di Trump
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Politico – L’accusa di voto truccato lanciata da Trump
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Buenos Aires Times – La reazione della Casa Bianca sul voto brasiliano
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NPR – Il partito di Bolsonaro ammette la sconfitta
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ANSA – Lula rieletto presidente e fuga di Bolsonaro negli USA
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France 24 – I leader europei e latinoamericani salutano il nuovo mandato
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Elezioni parlamentari in Israele:
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Associated Press – Risultati definitivi della Knesset e stallo politico
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Al Jazeera – Analisi dello spoglio e distribuzione dei seggi
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The Telegraph – Frustrazione e posizioni a Washington dopo il voto
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The Independent – Apertura di Trump a sostegno di Netanyahu
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Insomma se voti come dicono loro tutto a posto ma se ti azzardi a contraddrli… beh… non e’ improbabile qualche “esportazione della democrazia in stile yankee”…
Ciauz… alla prossima
