Cari Red Pinguini, cambiano i tempi la la manipolazione resta sempre la stessa…
Hanno spento i motori. Tutti. Da ore.
L’asfalto delle corsie si raffredda sotto quintali di gomma e lamiere, mentre le cabine tremano solo per il minimo dei riscaldatori ausiliari. Chi vive su quella striscia nera lo sa prima degli altri quando la corda si spezza: basta fare il pieno a una motrice, guardare la colonnina del gasolio che gira come una slot machine truccata e fare due conti con la fattura elettronica in mano. Il margine è andato. Bruciato. Mangiatosi vivo da accise da strozzo, pedaggi da usura e committenti che pagano a novanta giorni — se va bene — mentre la compagnia petrolifera e il casello esigono il contante all’istante.
Ma l’asfalto è solo un pezzo del mosaico. Voltatevi verso i campi.
Ci sono i trattori piantati a bordo strada. C’è la terra nostra, quella che gronda fatica dall’alba al tramonto, trattata come spazzatura dalla grande distribuzione e dalle speculazioni di borsa. Agli agricoltori pagano il grano, il latte, i pomodori pochi centesimi al chilo. Meno del costo dell’acqua per irrigare. Poi quegli stessi prodotti arrivano sui banchi dei supermercati moltiplicati per dieci, per venti. Chi suda la terra fa la fame, chi specula sui passaggi di mano fa i miliardi. Una rapina legalizzata ai danni di chi ci nutre.
E in piazza ci sono anche i ragazzi. Gli studenti. Quelli che chiedono semplicemente di poter studiare senza svenare le famiglie con affitti da strozzini, mense inaccessibili e studentati che esistono solo nei comunicati stampa elettorali. Chiedono l’ovvio: che i soldi delle nostre tasse finiscano dove serve tenerci vivi e pensanti. Negli ospedali dove i reparti chiudono e i pronto soccorso collassano. Nelle scuole che cadono a pezzi. Non nei miliardi bruciati per comprare cacciabombardieri, sistemi missilistici e armi da spedire in giro per il mondo per ingrassare la solita lobby delle commesse militari mentre a casa nostra si muore in corsia d’attesa.
Una saldatura sociale pulita, potente. Tragica e bellissima.
Eppure, in mezzo a questa paralisi che strozza le arterie del Paese, c’è una dignità feroce che chi bivacca nei palazzi non riesce nemmeno a concepire.
Guardateli, quei presidi agli svincoli. Non c’è anarchia cieca. I camion frigo passano. Le cisterne con il latte fresco passano. I carichi di ortofrutta, i medicinali, il pane per i mercati: c’è un accordo tacito, serrato, tra lavoratori della strada e della terra. Si sono guardati negli occhi tra colleghi e hanno deciso che la gente comune, quella che già fa i salti mortali per arrivare a fine mese, non deve pagare il conto della loro vertenza. Si chiama rispetto per la propria gente. È la solidarietà antica di chi sa cosa significa tirare la cinghia e non si sogna di togliere il piatto da tavola al vicino di casa. Una lezione di etica pratica, sputata sul catrame senza bisogno di tavoli tecnici ministeriali.
Poi, però, arriva l’ora del telegiornale.
Accendi lo schermo e ti si rovescia addosso la solita operazione chirurgica di manipolazione di massa.
Della logistica strangolata? Manco mezza parola. Della terra svenduta a peso morto? Sparita. Degli ospedali senza medici e delle scuole senza riscaldamento mentre si firmano assegni in bianco per la difesa? Silenzio tombale. Dell’accordo responsabile per garantire i viveri alla popolazione? Censura pura.
Cosa mandano in prima serata col montaggio ad effetto? Il circo.
Quattro idioti annoiati. Perché di questo si tratta: noia pura. Nessun ideale, nessuna rivendicazione, zero coscienza di classe. Solo una banda di ragazzini col cervello all’ammasso che usano TikTok per coordinarsi, scambiarsi in tempo reale la posizione del prossimo negozio da colpire e saccheggiare due paia di scarpe griffate o un telefono. Una bravata da deficienti digitali travestita da sommossa.
Ma c’è dell’altro. E qui la faccenda si fa lurida.
Basta guardare bene le foto che filtrano dai cortei studenteschi. Guardate chi c’è in mezzo a quei cortei. Ci sono figure incappucciate che con la scuola non c’entrano un cazzo: spalle larghe, posture marziali, troppo grossi, troppo ben piazzati per avere diciassette anni. Gente che si muove con metodo. Provocatori di professione? Molto probabile. Elementi infiltrati delle forze dell’ordine? Chi lo sa. Ma Cossiga la lezione l’ha lasciata scritta nero su bianco, e certi apparati hanno la memoria lunga: infiltrare il corteo, lasciare che qualche provocatore spacchi tutto, creare il disastro controllato e il gioco è fatto.
La ricetta è sempre la stessa. Si sbatte la violenza in prima pagina per criminalizzare la protesta, spaventare l’opinione pubblica e giustificare i manganelli all’alba sui presidi dei lavoratori veri.
È il trucco più vecchio e sporco del mondo: prendere una vertenza collettiva — che unisce camionisti, contadini, studenti e malati senza cure — e annegarla nei cocci di vetro di una vetrina rotta. Così il governo di turno si lava le mani, non tocca un centesimo di accise, protegge le rendite parassitarie, continua a comprare munizioni e trasforma chi chiede giustizia in pericolosi sovversivi.
Hanno invertito le parti. Come sempre. Hanno trasformato le vittime — chi suda, chi produce, chi semina, chi studia per costruire un futuro degno — nei nemici pubblici da condannare. E usano il teppismo telecomandato di quattro imbecilli e la regia occulta dei soliti noti come alibi per spegnere la voce di chi pretende diritti fondamentali.
Non cascateci. Spegnete quella maledetta televisione. La realtà non sta nelle inquadrature fisse sui negozi devastati a uso e consumo dell’indignazione da salotto. La realtà sta sull’asfalto freddo dei caselli, nelle aule gelide e nelle corsie dissanguate. Perché quando chi produce, chi semina e chi studia decide di fermarsi insieme, a tremare non dovrebbero essere le vetrine, ma i palazzi del potere.
Ciauz… alla prossima