Giorgia Meloni, la “regina” del centrodestra che irrompeva sulle scene politiche con la promessa di un’Italia forte e ordinata, oggi si scopre nuda davanti al suo stesso specchio rotto. La sconfitta al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026, con il “No” trionfante al 53,7% contro un misero 46,3% del “Sì”, ha squarciato il velo di onnipotenza che avvolgeva il governo da oltre tre anni. Quella sicumera iniziale, fatta di proclami roboanti e selfie muscolosi, si è dissolta in un patetico spettacolo di dimissioni a singhiozzo e resistenze da trincea, rivelando una fragilità strutturale che nessuno, nemmeno lei, può più ignorare.

Ricordate l’euforia del 25 settembre 2022? Meloni saliva al Quirinale con un ghigno da vincitrice, brandendo il programma di Fratelli d’Italia come una spada invincibile. “Italians first”, tagli alle accise sul carburante, flat tax per i ceti medi, riforma della giustizia per smantellare la “macchina del fango” togata, e mille altre promesse elettorali sparate a raffica nei comizi. La narrazione era cristallina: un governo di ferro che avrebbe azzerato la prescrizione, velocizzato i processi e restituito sovranità al popolo contro l’oligarchia giudiziaria. Ogni ministro era un fedelissimo, ogni sottosegretario un soldato scelto dalla leader. La sicumera trasudava da ogni discorso: “Non ci fermeremo davanti a nulla”, tuonava lei, mentre i like su Instagram fioccavano.

Ma era tutto fumo. Negli ultimi tre anni, non una sola promessa elettorale è stata completata. Le accise sui carburanti? Non solo non tagliate, ma aumentate con la scusa delle emergenze energetiche, scaricando sui cittadini un aggravio fiscale record: +12% sul pieno medio dal 2023, con bollette luce e gas alle stelle nonostante i proclami su indipendenza energetica. La flat tax? Un contentino per autonomi al 15%, ma per i dipendenti niente, e il cuneo fiscale è rimasto un miraggio, con l’IRPEF che continua a mungere i redditi medi mentre le multinazionali ridono. Riforme strutturali? Zero. La burocrazia è un incubo peggiore di prima, i cantieri bloccati dalla mancanza di fondi Pnrr mal gestiti, e la spesa pubblica gonfia come un pallone aerostatico.

Il carico fiscale sui cittadini è esploso: dal 42,5% del PIL nel 2022 al 44,1% stimato per il 2026, con Iva al 22%, addizionali regionali alle stelle e micro-tasse su tutto, dal plastica al sugar tax. Meloni prometteva “meno Stato, più famiglia”, ma ha consegnato più Stato rapace e famiglie strangolate. La sicumera di allora stride con la fragilità di oggi: un governo che si vanta di record di crescita (un misero +0,7% annuo) mentre l’inflazione erode i salari reali del 5-7% annuo.

Il referendum ha accelerato il crollo. Meloni, scesa in campo negli ultimi 10 giorni con appelli disperati – “Votate Sì per l’Italia giusta!” – ha visto il suo castello crollare. Ha chiesto e ottenuto le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, sottosegretario alla Giustizia e capo gabinetto di Nordio, travolti da scandali come il caso “La bisteccheria” e intercettazioni imbarazzanti. “Per il bene del governo”, hanno detto loro, ma tutti sanno che era un ordine dall’alto per spegnere l’incendio mediatico post-referendum.

Poi il cortocircuito: Meloni intima lo stesso a Daniela Santanchè, ministra del Turismo indagata per bancarotta, falso e peculato nella gestione di un hotel fallito. “Fai come gli altri”, le dice pubblicamente, ma la Santanchè resta imbullonata alla poltrona, ribattendo con un “Non ho fatto nulla di male” che sa di sfida aperta. Risultato? Un’umiliazione istituzionale mai vista: la premier perde autorità davanti al mondo, con la maggioranza che si spacca e l’opposizione che grida al “governo degli impuniti”. La fragilità è palpabile: se i fedelissimi non obbediscono, chi lo farà? Questo stallo non è solo gossip da palazzo, è un sintomo di un potere sgretolato, dove la “regina” comanda solo a metà.

Non illudiamoci: questa non è una sconfitta giudiziaria isolata, è un ko politico diretto a Meloni. Lei stessa ha scelto gli artefici della riforma – Nordio in testa – e si è esposta in prima persona, twittando, intervistando, persino corteggiando i giovani con video motivazionali. Si e’ circondata di YESMAN/YESWOMAN. Negli ultimi 10 giorni, un tour de force per spingere il “Sì” alla separazione delle carriere e all’abolizione della custodia cautelare abusiva. Risultato? Il “No” vince in 17 regioni su 20, con il Sud – Campania, Puglia, Sicilia – che si schiera compatto contro, affluenza o no. Il 53,7% nazionale è un schiaffo: Fratelli d’Italia perde consensi nei sondaggi, con FdI giù al 26% e Pd-M5S in rimonta.

La grande sicumera – “Vinceremo perché l’Italia è con noi” – si è scontrata con la realtà: i cittadini hanno detto no a un progetto calato dall’alto, percepito come vendetta contro i magistrati “di sinistra”. E il Sud, storicamente bistrattato nelle promesse leghiste del governo, ha risposto con un voto punitivo, ricordando che le riforme promesse (autonomia differenziata inclusa) li lasciano ai margini. Meloni ora sa di essere nuda: la sua invincibilità era un bluff.

Peggio ancora, la reazione della destra è un florilegio di livore che rivela la fragilità emotiva del potere. Esponenti con incarichi istituzionali – da Nordio a qualche deputato FdI – accusano i votanti “No” di essere complici di “plotoni di esecuzione” giudiziari, “nemici del popolo” che preferiscono processi eterni alla meritocrazia. Frecciate al Sud: “L’Italia che non vuole cambiare”, “Terroni assistenzialisti”, toni da campagna elettorale rancida che alienano milioni di elettori.

Commenti da parlamentari: “Chi ha votato No odia l’Italia moderna”, o “Il Meridione ci ha traditi di nuovo”. Livore puro, da chi siede in Aula e dovrebbe rappresentare tutti. Questo non è leadership, è infantilismo: invece di interrogarsi sulle promesse mancate – accise intatte, fisco più pesante, riforme ferme – si attacca il popolo sovrano. La sicumera si capovolge in rabbia, confermando che il governo Meloni tollera il dissenso solo finché vince.

Torniamo al nudo: tre anni di nulla. Accise? Aumentate del 5% netto dal 2023 per “coprire deficit”, con benzina a 2 euro/litro nonostante i proclami russofili sull’energia. Riforme? Giustizia bloccata, PA immutata, sanità al collasso con liste d’attesa record. Flat tax? Un favore ai ricchi, con partite IVA al top ma dipendenti spremuti (IRPEF media 27%). Carico fiscale? In crescita: 44,9 miliardi di tasse in più aggregate dal 2023, tra plastic tax, sugar tax e rimodulazioni Iva. Famiglia? Asilo nido gratuiti promessi, ma tagliati nei bilanci; natalità in picchiata al 6,5 per mille.

Meloni prometteva “orgoglio italiano”, ma ha consegnato inflazione al 3%, debito pubblico al 145% del PIL e disoccupazione giovanile al 22%. La fragilità attuale è figlia di quell’arroganza iniziale: un governo che ha speso più in propaganda che in fatti. Per non parlare dell’amicone dai capelli arancioni… dazi, prese in giro, approvazioni piu o meno velate delle nefandezze perpetrate da Trump, dal Venezuela a Gaza…

Oggi, 25 marzo 2026, Meloni è costretta a gestire un Frankenstein istituzionale: dimissioni parziali, Santanchè ribelle, maggioranza frastornata. La “regina” sa di essere nuda, ma finge ancora la pantera. Il referendum è solo l’inizio: con il Sud in rivolta, il fisco opprimente e le promesse evaporati, il centrodestra rischia l’implosione. I cittadini, stanchi di sicumera e tasse, hanno parlato. Ora tocca a lei coprirsi, ammesso che ne sia capace.

Cari Red-Pinguini… oggi assistiamo ad uno dei crolli piu’ fragorosi della storia repubblicana… e tutto questo per un sempli NO che ha vinto al referendum… credo che il meglio debba ancora arrivare… Ciauz

Di Admin