Cari Red-Pinguini, voglio raccontarvi come funziona un trucco di prestigio spietato. C’è un tratto tipico, quasi genetico, della cattiva legislazione italiana: non affronta i problemi, li rinomina. Non costruisce servizi, sposta etichette. Non ha il coraggio di dirvi apertamente che la vostra famiglia sarà lasciata più sola; preferisce infilare una parola in una norma, aggiungere un “esclusivamente”, togliere un raccordo tra sanitario e sociale, e poi far finta che sia solo manutenzione tecnica, roba per giuristi.

Vorrei che guardaste bene cosa c’è dietro la patina burocratica dell’emendamento che sta tentando di riscrivere l’articolo 30 della legge 730 del 1983. C’è una scelta politica e culturale precisa: restringere la copertura del Fondo sanitario nazionale alle sole attività di rilievo sanitario, anche se connesse a quelle socio-assistenziali. Tradotto dal burocratese: vogliono ridefinire il confine di ciò che il servizio pubblico paga quando un vostro caro non autosufficiente ha bisogno non solo di farmaci e medici, ma anche di igiene, alimentazione assistita, mobilizzazione e vigilanza continua.

Il problema non è teorico. Nella vita reale, la non autosufficienza non si presenta in forma elegante e amministrativamente ordinata. Non arriva divisa in colonne Excel: qui il clinico, lì il sociale. Arriva nelle nostre case come Alzheimer, demenza, esiti di ictus, disabilità gravissime. Arriva con anziani allettati che senza assistenza continuativa smettono di nutrirsi, di muoversi, di vivere con un minimo di dignità.

Guardate la modifica lessicale che provano a propinarci, in apparenza innocua. Prima, la copertura del Fondo sanitario era legata alle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali; ora insistono sul fatto che siano a carico dello Stato “esclusivamente” le attività di rilievo sanitario. È la classica operazione da legislazione difensiva: si cambia una parola per cambiare un equilibrio, e poi ci raccontano che non è successo niente.

La posta in gioco è la separabilità delle prestazioni. Se si afferma in modo rigido che il servizio sanitario paga solo ciò che è strettamente clinico, tutto ciò che sta nella zona grigia dell’assistenza integrata diventa scaricabile su di te, sui Comuni, o più realisticamente sul nulla. E il nulla, in questi casi, ha sempre la stessa faccia: una figlia che lascia il lavoro, un figlio che si indebita, un anziano che resta troppo a lungo in ospedale perché sul territorio non c’è una rete in grado di accoglierlo.

Uso un tono caustico, lo so, ma credo che oggi sia un dovere civile. Perché quando la politica di maggioranza si presenta a reti unificate come paladina del popolo e poi, nelle stanze delle commissioni, lavora a norme che alleggeriscono il perimetro del pubblico proprio dove la fragilità è più costosa, non siamo davanti a un dettaglio tecnico. Siamo davanti alla solita specialità nazionale: il coraggio di essere spietati nascosto dietro la codardia del linguaggio amministrativo.

Intendiamoci: un ricovero post-operatorio resta una prestazione sanitaria. Il cuore della mia denuncia è altrove: parlo delle situazioni in cui la componente clinica e quella assistenziale quotidiana sono inseparabili. Parlo delle RSA, della lungoassistenza, dei malati di Alzheimer.

Negli anni, i tribunali avevano dato ragione alle famiglie. Diverse sentenze avevano riconosciuto l’impossibilità di spezzare artificialmente il bisogno di una persona in una quota “medica” e in una quota “sociale” da fatturare alla famiglia. Se tua madre non può essere lavata, alimentata o sorvegliata senza che quelle attività facciano parte della sua terapia, allora non sei davanti a un servizio alberghiero con contorno clinico, ma a una cura complessa. L’emendamento contestato nasce proprio per disinnescare queste vittorie giudiziarie, per riportare il pendolo dalla parte del contenimento della spesa pubblica. Quando una sentenza allarga la tua tutela, la politica non migliora i servizi: prova a cambiare il dizionario per non pagarti i diritti.

Se questa torsione legislativa è grave a livello nazionale, lascia che vi mostri perché in Basilicata rischia di essere devastante. Dove la rete territoriale è già fragile, dove i posti letto sono insufficienti e il reddito medio è basso, ogni arretramento dello Stato produce un danno moltiplicato.

I dati che sono emersi nel dibattito pubblico regionale parlano da soli: la Basilicata è storicamente ai piedi delle classifiche italiane per servizi socio-sanitari residenziali dedicati agli anziani non autosufficienti. Parliamo di una copertura misera: appena 6 ultrasettantacinquenni su 1000 riescono a trovare un posto. Se a questo si aggiunge che il reddito medio dei pensionati lucani è inferiore alla media nazionale, si capisce subito che rette da circa 2000 euro al mese sono un muro invalicabile per la maggior parte delle famiglie.

Non credete alla favola della “libera scelta”: lo spostamento dei costi dal pubblico al privato qui genera solo rinuncia, impoverimento o ricovero improprio. E quando il territorio non assorbe la fragilità, la fragilità si riversa sugli ospedali. È un meccanismo noto, ma ogni volta la politica si mostra sorpresa, come davanti a un’improvvisa bomba d’acqua. Si stringe il perimetro del socio-sanitario, i pronto soccorso si intasano, i reparti non riescono a dimettere i pazienti, i familiari implodono, i Comuni finiscono i fondi. La spesa non scompare, si sposta solo nel luogo più costoso e meno appropriato. Loro lo chiamano efficientamento; io la chiamo inefficienza con una cartellina più elegante.

In Basilicata paghiamo il ritardo storico della programmazione: basti pensare che il piano sanitario regionale 2012-2015 stimava appena 660 posti letto complessivi, e il piano 2018-2020 non è mai entrato davvero in vigore. In un contesto del genere, la discussione su cosa sia “sanitario” e cosa sia “sociale” non è una raffinata disputa accademica: è la linea di confine tra una rete minima di sopravvivenza e il collasso totale.

Voglio farvi notare un’incoerenza intollerabile. Da un lato, a livello locale, la Regione annuncia nuovi posti letto — come nel caso recente dei 20 posti contrattualizzati a Lauria — celebrando il rafforzamento della sanità di prossimità e promettendo di sollevare i cittadini dagli oneri economici. Dall’altro, a livello nazionale, la stessa parte politica discute una stretta normativa che taglia le gambe alla base giuridica di quella stessa copertura. La mano destra ti promette tutela in campagna elettorale, la mano sinistra prepara il modulo con cui negartela a Roma.

Le stesse strutture dell’ASP Basilicata dimostrano che il sistema si regge su équipe miste (medici, infermieri, OSS). È la realtà dei fatti che smentisce la fantasia burocratica secondo cui il bisogno di un malato possa essere scomposto con il righello da ragioneria.

Questo tipo di iniziativa legislativa non nasce per curare meglio i nostri vecchi o i nostri disabili. Nasce per ridefinire il perimetro di ciò che il pubblico è disposto a considerare un suo dovere, e di ciò che preferisce ribaltare sulle nostre spalle. Il loro capolavoro retorico è farvi credere che sia un semplice riordino tecnico. Ma quando si “riordina” togliendo risorse in un sistema già povero, il risultato è una redistribuzione regressiva del rischio: meno Stato per chi ha meno mezzi.

Pensare di restringere le prestazioni garantite e poi invocare la famiglia come ammortizzatore universale è il riflesso di una politica che ama la retorica della comunità, purché la comunità lavori gratis. Le grandi riforme te le annunciano in conferenza stampa con i sorrisi; gli arretramenti te li infilano negli emendamenti, di notte, nelle parole aggiunte in commissione. È il metodo perfetto per sfuggire alla responsabilità politica: abbastanza tecnico da annoiare l’opinione pubblica, abbastanza incisivo da stravolgerti la vita.

Cari Red-Pinguini… vi lascio con una domanda brutale ma onesta: noi, come Paese civile, consideriamo la presa in carico della non autosufficienza un diritto inalienabile o una sventura privata da amministrare con qualche comma ambiguo? L’emendamento contestato ha dato una risposta inquietante. E la nostra Basilicata, proprio perché più fragile, è il luogo in cui questa risposta rischia di diventare una ferita sanguinante sulla pelle delle persone, piuttosto che una discussione astratta da salotto romano.

Alla Prossima… Ciauz

Di Admin