Cari Red-pinguini,

ormai non ci sono parole riguardo a questi signori…

ci stanno prendendo per i fondelli con una precisione chirurgica che meriterebbe quasi un applauso, se solo non fossimo noi a pagare il conto ogni benedetta mattina alla pompa.

Guardatevi intorno in questi ultimi giorni di inizio autunno. I telegiornali non fanno altro che strombazzare il grande miracolo dei carburanti.
Titoloni a nove colonne, grafiche scintillanti e quel tono rassicurante da istituto luce che sa tanto di beffa confezionata per i gonzi.
Si sono svegliati all’improvviso, tutti insieme. Prima il cane a sei zampe di Eni che fissa il tetto massimo, il cosiddetto price cap per fare i fighi con i termini anglofoni.

Poi a ruota arriva IP che lima i listini. Poi Q8 che si unisce alla carovana della santità industriale.
Mancano solo le campane a festa e la processione con i vertici aziendali che distribuiscono taniche benedette ai bordi delle statali.
Ci raccontano che le compagnie petrolifere hanno scoperto il cuore. Una folgorazione sulla via di Damasco. Si sono intenerite vedendo la gente disperata con le tasche bucate. Ma per favore. Io a Babbo Natale, alla Befana e alle fate turchine ho smesso di credere quando ancora andavo alle elementari. Come diceva un vecchio volpone della nostra politica che la sapeva lunghissima, “…a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca” (cit.).

La realtà è un’altra. Brutale e spudorata. Prima hanno pompato i prezzi alle stelle senza battere ciglio, portando la benzina verde e il gasolio fino a 2,35 euro al litro con la scusa delle tensioni internazionali, dei mercati nervosi, dell’allineamento dei pianeti e di qualsiasi altra fesseria buona per i comunicati stampa.
Ci hanno spremuto come limoni da barattolo fino all’ultima goccia. Hanno fatto record su record di utili netti, gonfiando le casse societarie e dividendi mostruosi. Poi, quando la corda stava per spezzarsi e l’aria si faceva pesante (magari con l’occhio a quello che hanno fatto i cugini transalpini), ecco la mossa di prestigio. Hanno fatto un passo indietro di pochi centesimi, si sono inventati il tetto massimo al prezzo e improvvisamente pretendono la medaglia al valore civile.

È il gioco delle tre carte più antico del mondo: ti rubo dieci, ti restituisco uno con il sorriso a trentadue denti e pretendo pure che mi ringrazi baciandomi la mano.

E la gente che fa?

Ci casca. Ci casca con tutte le scarpe. File chilometriche ai distributori, code disordinate che bloccano le corsie di marcia, litigi per una piazzola libera, pompe a secco già a metà mattinata e gestori esasperati che devono spiegare che il carburante è finito perché le cisterne non arrivano al ritmo della frenesia collettiva. Scene da dopoguerra per risparmiare forse tre o quattro euro su un pieno da ottanta (magari aspettando mezz’ora col motore acceso). Fa rabbia. Fa una rabbia immensa vedere la disperazione trasformata in carità pelosa da multinazionali che calcolano ogni singolo respiro in termini di margine operativo lordo.

A questo circo si aggiunge il grande spettacolo della politica romana con il suo marchingegno delle accise mobili e gli sconti a orologeria. Sentire parlare di sconti governativi mentre il gasolio vede ridursi l’aiutino statale a poco più di sei centesimi fa quasi ridere.

Ma quale sconto? Lo Stato italiano incassa oltre 67 centesimi fissi di accise su ogni singolo litro che immettiamo nel serbatoio, a cui poi applica simpaticamente l’IVA al 22% calcolata pure sulle tasse stesse. Una tassa sulla tassa. Un abominio contabile che resiste a qualunque legislatura.
Stiamo ancora pagando la spedizione militare in Libia degli anni Trenta, il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze e terremoti di cui i nostri nonni hanno a malapena memoria. Ogni volta che schiacciamo l’erogatore, stiamo finanziando la preistoria geologica della burocrazia statale.

Il governo finge di fare la parte del controllore severo, ma sotto sotto se la gode perché quando i prezzi alla pompa schizzano in alto, il gettito IVA decolla e l’erario fa cassa sulla nostra pelle. Parlano di tavoli tecnici, di monitoraggi, di dialogo aperto con gli altri marchi come Tamoil o gli indipendenti, mentre la struttura del prelievo fiscale resta inchiodata lì, intoccabile come una reliquia medievale.

Ma quello che a me fa davvero andare il sangue al cervello, da cittadino che vive e respira in questa terra dimenticata che si chiama Basilicata, è il paradosso osceno che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Guardate le nostre colline, guardate la Val d’Agri, guardate Corleto Perticara. Siamo il pozzo di petrolio d’Italia. Il più grande giacimento su terraferma dell’intera Europa occidentale sta sotto i nostri piedi, in mezzo a vigneti, boschi e paesi che si spopolano ogni anno di più. Da qui parte l’oro nero che alimenta i motori di mezza nazione. Non solo. Produciamo una quantità spropositata di energia elettrica da fonti rinnovabili, tra eolico che devasta i nostri crinali montuosi e parchi fotovoltaici, ben oltre il nostro fabbisogno regionale. E l’acqua? Le nostre dighe e i nostri invasi dissetano la Puglia, riforniscono mezza Calabria e pezzi di Campania. Siamo un distributore automatico di risorse primarie a cielo aperto.

E cosa ci torna indietro? Qual è il dividendo di questa presunta ricchezza estrattiva?

Niente. Beffa totale.

Abbiamo le tariffe dell’acqua tra le più salate, le bollette della luce che continuano a salire e, quando vai a fare il pieno alla stazione di servizio a tre chilometri da un centro oli, la benzina la paghi esattamente come la paga un milanese in pieno centro o un turista a Cortina. Anzi, spesso di più, perché qui da noi i distributori indipendenti o no-logo sono mosche bianche e la concorrenza semplicemente non esiste. Ti affacci alla finestra, vedi la fiammata della torcia che brucia gas giorno e notte, senti l’odore acre nell’aria quando tira vento contrario, e poi per andare a lavorare su strade statali che sembrano percorsi di guerra devi fare i conti con lo stipendio che se ne va in carburante. e non dimentichiamo l’ultimo regalino da parte della giunta regionale… il balzello sulle ricette.

Ci raccontavano la favoletta che le royalty avrebbero trasformato la regione nel Texas d’Italia. Ma dove? Dove sono le infrastrutture moderne? Dove sono i servizi? I giovani continuano a fare le valigie per andarsene a Londra, a Bologna o in Germania, mentre a noi lasciano le briciole, l’asfalto sventrato dai camion pesanti e la carità di qualche centesimo di sconto una tantum gestito con carte sconto regionali burocratiche e farraginose che sembrano fatte apposta per farti passare la voglia di richiederle.

Nel frattempo, i colossi del settore giocano a fare i padroni del vapore. Hanno capito che la gente è arrivata al limite di sopportazione. Il price cap non è una misura sociale, è una manovra di marketing pura e semplice. Serve a ripulirsi l’immagine dopo mesi di speculazioni selvagge, serve a fidelizzare gli automobilisti con le loro applicazioni per smartphone, costringendoti a cedere dati personali e geolocalizzazione pur di strappare quei tre centesimi in meno. Se poi qualche pompa bianca o marchio minore come Staroil prova ad abbassare i prezzi in autonomia per rubare clienti, i grandi operatori blindano il mercato con queste iniziative coordinate, schiacciando la concorrenza sul nascere.

È un cartello mascherato da beneficenza. Un meccanismo oliato alla perfezione per dare l’illusione della scelta all’interno di un recinto dove le regole le decidono sempre e solo loro.

Non c’è nessuna visione strategica a lungo termine. Nessuno che metta mano alla radice marcia del problema, che è la dipendenza da un oligopolio feroce protetto da uno Stato dipendente dal gettito delle accise. Ci lasciano azzuffare davanti a un distributore per riempire un serbatoio a 1,75 invece che a 1,85, mentre il costo reale del barile scende e i loro margini di raffinazione rimangono blindati. Ci trattano come sudditi da tenere buoni con un tozzo di pane raffermo lanciato dalla carrozza nobiliare. E la cosa peggiore è che ci siamo abituati. Consideriamo un regalo ciò che dovrebbe essere un diritto basilare: pagare il giusto per muoversi in un territorio dove il trasporto pubblico locale è un fantasma e dove l’automobile non è un lusso per il fine settimana, ma l’unico mezzo possibile per andare a guadagnarsi da vivere.

Insomma, cari Red-pinguini, se aspettate che i petrolieri e i ministri risolvano i vostri problemi per puro spirito di fratellanza, vi conviene montare una vela sul cofano della macchina: consumerete meno e soprattutto eviterete la colossale figura di ringraziare chi vi ha appena sfilato il portafoglio.

Ciauz e alla prossima

Di Admin