Cari Red-pinguini, se vivete seduti su un pozzo di petrolio ma non potete permettervi di andare a lavorare in macchina, non state vivendo in una distopia cyberpunk: siete semplicemente residenti in Basilicata nell’anno di grazia 2026.
La beffa ha superato da un pezzo i confini del ridicolo. Siamo il Texas d’Italia per l’impatto ambientale, per le trivelle che bucano la Val d’Agri e per i serbatoi d’acciaio che spuntano tra le nostre colline come funghi di lamiera; ma siamo il terzo mondo della logistica appena si tratta di accendere il motore di una Panda per andare a timbrare un cartellino o per portare quattro casse d’ortaggi al mercato.
Stamattina la realtà ha presentato il conto, salatissimo e senza scontrino. Mentre i soliti burocrati scaldano le poltrone nei palazzi di Potenza, le strade vere hanno iniziato a bloccarsi. Sulla Bradanica e lungo la Statale 106 Jonica i tir si sono messi di traverso. Motori spenti, carovane di metallo ferme, traffico paralizzato. E non ci sono solo i camionisti con gli occhi cerchiati dal sonno e le bolle d’accompagnamento stritolate sul cruscotto: ci sono i trattori. Bestie da lavoro che bruciano decine di litri l’ora solo per smuovere una zolla di creta secca. Quando si fermano i bisonti dell’asfalto e le ruote dentate della terra insieme, capisci che il giocattolo si è rotto definitivamente. Finito il credito. Fine dei giochi.
Mi è capitata sottomano la lettera aperta di un ragazzo di ventisei anni, Giuseppe, del Coordinamento Agricoltori.Ha il nome di suo nonno, mani che conoscono la fatica vera e un’azienda da mandare avanti con la disperazione addosso. Scrive una frase che ti resta piantata in gola: il coraggio non basta a pagare il gasolio. Traduzione per chi vive a pane e conferenze stampa: la retorica del “giovane che torna alla terra”, le favolette bucoliche sulle nostre radici e l’orgoglio rurale valgono meno di zero se per fare il pieno a una mietitrebbia serve un rene al mercato nero. Il gasolio agricolo ha toccato vette da rapina a mano armata. Chi semina oggi sa già che raccoglierà debiti domani. Perché la terra non aspetta i comodi dei cartelli energetici: o la lavori quando è il momento, o crepi di fame tu e chi dovrebbe mangiare i tuoi prodotti.
Nel frattempo, nel surreale acquario della pubblica amministrazione regionale, si è diffuso il panico da carburatore vuoto. La UIL Fp ha preso carta e penna e ha scritto a tappeto: alla Regione, alle Province, ai Comuni, all’Arlab. Il messaggio? È semplice, persino brutale nella sua ovvietà. Mettete subito mano ai regolamenti sul lavoro agile per i pendolari, prima che gli uffici si svuotino non per sciopero, ma per manifesta impossibilità economica di spostamento. Chi vive nei nostri paesi sperduti dell’entroterra – dove se perdi l’unica corriera delle 6:40 sei condannato all’esilio fino al giorno dopo – spende ormai metà dello stipendio solo per pagare la benzina necessaria a raggiungere la sede di lavoro. Se il costo del tragitto supera il guadagno della giornata, il lavoro cessa di essere un diritto e diventa una tassa sull’esistenza.
A fargli eco c’è la Fp Cgil, che lancia l’allarme rosso sui servizi essenziali. Non è allarmismo da sindacalisti annoiati: è pura contabilità. Se gli stipendi sono erosi da una spesa fissa che cresce di settimana in settimana e le amministrazioni non muovono un dito per riorganizzare turni, rimborsi o lavoro a distanza, a rischiare il blocco totale non sono solo le scartoffie degli archivi comunali. Sono i servizi sociali, l’assistenza domiciliare, la manutenzione, gli sportelli ai cittadini. Un effetto domino spietato. Se il personale non riesce materialmente ad arrivare sul posto di lavoro senza finire in rosso sul conto corrente, il castello di carte crolla addosso a tutti.
E mentre la gente comune fa i conti con la calcolatrice davanti alla pompa di benzina, chi siede nelle stanze dei bottoni si risveglia dal letargo con le solite trovate da archivio polveroso. Salta fuori Piero Lacorazza a invocare una riscrittura dello Sblocca Italia del 2014. Dodici anni. Ci sono voluti dodici anni di estrazioni intensive, di royalty briciola e di promesse elettorali mai mantenute per accorgersi che il patto tra lo Stato centrale, le multinazionali dell’oro nero e la Basilicata è una fregatura a senso unico. Ci ricordano oggi che servirebbe una “restituzione concreta” delle risorse generate dal sottosuolo lucano. Ma va? Adesso ve ne accorgete? Quando il barile scorre nei tubi verso le raffinerie e a chi vive sopra i giacimenti restano le scorie, i miasmi e i prezzi del carburante allineati a quelli di una boutique di via Montenapoleone. Chiacchiere istituzionali buone per riempire un comunicato stampa, mentre fuori dai palazzi la rabbia monta a vista d’occhio.
Gli studenti a Lagonegro (Foto dal web)
La cosa più assurda è che gli unici ad aver capito la portata del problema sono quelli che non hanno ancora nemmeno l’età per votare. Stamattina a Lagonegro gli studenti sono scesi in piazza, cartelli alla mano, presidiando il Comune. Urlavano contro il carovita, contro l’economia di guerra che divora il futuro e per pretendere una scuola pubblica degna di questo nome. Quei ragazzi vedono quello che i sessantenni al potere fingono di ignorare: una catena viziosa in cui ogni rincaro del greggio si scarica a valanga sui trasporti scolastici, sui libri, sul riscaldamento delle aule, sulla spesa delle loro famiglie. Hanno sfilato con la rabbia pulita di chi si rifiuta di essere l’ennesima generazione destinata a fare la valigia per scappare via da un territorio prosciugato e poi abbandonato a se stesso.
Mettete insieme questi tasselli e guardate la figura che ne esce. Da una parte tir e trattori che sbarrano la costa jonica e l’entroterra bradanico; dall’altra un ragazzo di ventisei anni che guarda il suo campo e capisce che l’onestà non paga le accise; gli uffici pubblici a un passo dalla paralisi per carenza di gasolio; e gli studenti che gridano nelle piazze contro un sistema che ci trasforma in colonia estrattiva senza concederci neppure lo sconto per sopravvivere.
È la grande illusione lucana. Ci hanno raccontato che eravamo seduti sulla ricchezza del futuro, che le trivelle avrebbero portato benessere, lavoro e sviluppo diffuso. La realtà dei fatti è un camion di traverso sull’asfalto, un serbatoio che segna riserva fissa e una classe politica che pensa ancora di risolvere il disastro rispolverando scartoffie di oltre un decennio fa.
Insomma, cari Red-pinguini, se il petrolio che estraiamo serve solo a far ingrassare gli azionisti mentre noi dobbiamo scegliere se comprare il pane o mettere dieci euro di diesel per andare a farci sfruttare, forse è arrivato il momento di spiegare a chi comanda che i trattori sanno anche cambiare direzione.