Chi l’avrebbe mai detto? Il governo più patriottico della storia repubblicana continua a usare la fiducia… ma non quella dei cittadini. No, quella è ormai merce rara. Preferisce la fiducia parlamentare, quella scorciatoia che permette di evitare il confronto, il dibattito, le critiche. Come a dire: “Noi la democrazia la rispettiamo, purché non dia fastidio”.

L’ultimo capolavoro? Il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che di “sicurezza” ha ben poco, se non quella del potere di chi lo ha scritto. Mentre l’Italia brucia – letteralmente, tra incendi estivi e tensioni sociali – l’esecutivo pensa bene di blindare l’aula e calare la mannaia della fiducia su un testo che definire liberticida è ormai un eufemismo.

Nel nuovo pacchetto si parla di carcere per chi occupa case, più poteri alle forze dell’ordine, sanzioni per chi protesta… insomma, un bell’assaggio di autoritarismo light, servito con il sorriso istituzionale della premier. Un “risotto alla democrazia”, in cui il riso è quello amaro di chi ancora crede nella Costituzione.

E proprio mentre si blatera di “lotta alle devianze”, si devìa la Costituzione. Perché l’articolo 21 – quello sulla libertà di opinione – sembra oggi valido solo se sei d’accordo con Giorgia. Altrimenti, sei un nemico della patria, un anarchico, un disturbatore sociale. E magari, a breve, anche un criminale per decreto.

Ma veniamo al punto più grottesco: l’abuso della fiducia. Il governo Meloni ne ha fatto ormai uso sistematico. Non è più uno strumento straordinario, ma la prassi ordinaria. Parlare, discutere, negoziare? Roba da sinistrorsi romantici. O peggio, da antifascisti (orribile parola, vero?).

A ogni occasione importante, ecco la fiducia. Una specie di tappo istituzionale, utile a zittire l’opposizione e, incidentalmente, anche l’opinione pubblica. È come dire: “Noi abbiamo vinto, quindi adesso zitti tutti”.

Quello che sfugge – o forse no – è che governare con la fiducia sistematica è come dire: non ci fidiamo di nessuno. Non del Parlamento, non dei cittadini, non della stampa. Solo del proprio cerchio magico, delle dirette Instagram e dei selfie con le forze dell’ordine.

Dittatura soft, ma con la lacca

È fin troppo chiaro che sotto la patina di “interesse nazionale” si cela un desiderio di controllo, non solo dei corpi (con la repressione delle proteste) ma anche delle menti. Un Paese dove manifestare è pericoloso, dove scrivere un post può diventare reato, dove la polizia è chiamata a “prevenire il dissenso” più che a garantire i diritti, non è un Paese sicuro. È un Paese sotto tutela.

E la tutela, in questo caso, è quella del pensiero unico meloniano, dove chi non si allinea viene etichettato come nemico, sovversivo o – la nuova moda – “anti-italiano”.

Sì, perché a tutto questo teatrino manca solo la risata registrata, stile sitcom. Un Parlamento ridotto a palco vuoto, un’opposizione spettatrice impotente, una cittadinanza spettatrice anestetizzata. Manca solo lei: la Presidente del Consiglio che annuncia, decreta, impone. E poi dice, con espressione fiera che garantira’ a tutti i cittadini italiani la liberta’ di espressione sancita dall’art. 21 della Costituzione…. ovviamente se l’opinione espressa e’ uguale alla sua….: 

E a questo punto, ridere è un atto di resistenza.

Di Admin