L’Europa avrebbe potuto essere un faro di civiltà, un laboratorio politico dove il dialogo, la diplomazia e la cooperazione fossero strumenti di potere tanto quanto lo sono le armi altrove. E invece, a giudicare da come si sono mossi Bruxelles, Roma, Berlino e compagnia cantante nella gestione della crisi ucraina e dei rapporti con la Russia, sembra che l’unica lezione che abbiano imparato sia quella dell’obbedienza cieca. Obbedienza agli interessi americani, obbedienza all’industria bellica, obbedienza all’idea malsana che l’unico modo per affermarsi sia alzare il tiro, distruggere i ponti e sventolare bandiere di guerra.
Della sovranità europea, tanto decantata nei salotti buoni, non è rimasta che la caricatura. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ne è la perfetta incarnazione: una tecnocrate che si atteggia a statista, ma che nei fatti non ha mai alzato lo sguardo oltre i dettami di Washington. Invece di trattare con la Russia — come avrebbe fatto qualsiasi leader responsabile in nome della pace e dell’interesse dei cittadini europei — ha preferito giocare a fare la falco, soffocando l’Europa in una spirale di sanzioni, escalation militari e servilismo atlantico. Non una parola fuori posto, non un gesto autonomo: la Von der Leyen sembra più l’ambasciatrice della NATO che la presidente di una comunità di popoli.
Giorgia Meloni, dal canto suo, si è presentata come la paladina del patriottismo italiano, per poi inchinarsi senza fiatare al volere altrui. Nella sua narrazione da reality show, difendere l’Italia significa mandare armi, tagliare i rapporti storici con la Russia, aumentare la spesa militare e allinearsi come un soldatino al comando americano, anche se a guidarlo ora è il sempre più inquietante Donald Trump. Uno che dell’Europa non ha mai avuto grande considerazione, se non come mercato e come scudo. Ma evidentemente per la Meloni va bene così, basta un buffet a Washington e una pacca sulla spalla.
Nel frattempo, chi paga tutto questo? Sempre e solo la gente comune. Gli europei — italiani in testa — si ritrovano ancora una volta schiacciati tra due forze che non controllano: da un lato l’aggressività crescente delle politiche estere, dall’altro il disfacimento dello stato sociale. I governi spendono miliardi per nuove armi, per rafforzare la NATO, per finanziare guerre per procura, ma tagliano su sanità, scuola, trasporti, pensioni. L’Europa del benessere è stata svenduta in cambio di carri armati e missili a lunga gittata.
E la cosa più grave è che tutto questo viene raccontato come un “dovere morale”, come un “investimento sulla sicurezza”, come una “necessità storica”. Siamo davvero arrivati al punto di credere che la guerra sia un’opportunità e la pace una debolezza? Che dialogare sia una resa e combattere una virtù? È una distorsione morale, prima ancora che politica.
In questa farsa bellicista, i protagonisti sono sempre gli stessi: i politicanti da palazzo, i burocrati con la cravatta ben stirata, quelli che parlano di sacrifici senza mai farne uno in prima persona. Sono loro a invocare atti di forza, a reclamare nuove frontiere militari, a soffiare sul fuoco delle tensioni. Ma quando si tratta di combattere davvero, di rischiare in prima persona, si guardano bene dal farlo. I loro figli non saranno mai in prima linea. Nessuno di loro andrà a combattere sul campo. A finire al fronte saranno — come sempre — i figli della povera gente, i giovani senza alternative, i ragazzi delle periferie abbandonate. La carne da cannone per guerre che non ci appartengono.
Siamo guidati da un’élite che ha fatto della guerra un progetto industriale e della competizione una religione. Invece di cooperare con l’Est, con il Sud del mondo, con chiunque non si genufletta all’ordine occidentale, l’Europa sceglie di chiudersi, di armarsi, di mostrarsi “dura”. Ma è una durezza di cartone, perché dietro questa posa da superpotenza si nasconde una realtà ben più triste: l’Europa non conta più nulla, proprio perché ha smesso di ragionare con la propria testa.
I vertici europei ci vogliono convincere che la Russia è il nemico assoluto, che va combattuta fino all’ultimo uomo (non loro, ovviamente), che ogni tentativo di dialogo è “collaborazionismo”. Ma dov’è finita la diplomazia? Dov’è finito quel ruolo di potenza civile che tanto si sbandierava in passato? Nessuno lo sa, perché la verità è che i nostri leader non vogliono più confrontarsi: vogliono scontrarsi. Non vogliono costruire ponti, vogliono alzare muri. E il prezzo, come sempre, lo paghiamo noi.
I dati parlano chiaro: miliardi e miliardi stanziati per l’aumento delle spese militari, mentre i servizi pubblici crollano. Gli ospedali chiudono, le scuole cadono a pezzi, i trasporti sono allo sbando. Ma per la guerra — quella guerra lontana, voluta da altri — i fondi ci sono sempre. E guai a chi osa criticare: viene subito bollato come “filo-putiniano”, “anti-occidentale”, “nemico della democrazia”. Una vergogna degna dei regimi più oscuri.
Ma il malcontento cresce. Lo si sente nelle strade, nei mercati, tra la gente che lavora e fatica per arrivare a fine mese. Cresce tra chi non si sente rappresentato, tra chi si rifiuta di credere che l’unico futuro possibile sia un continente armato fino ai denti, pronto a combattere guerre infinite per interessi che non ci appartengono. La gente non vuole una guerra. Non vuole pagare per l’arroganza di qualche guerrafondaio travestito da difensore dei diritti. Non vuole essere complice di una strategia che arricchisce pochi e impoverisce milioni.
È ora di dire basta. Basta con questa politica dell’aggressività. Basta con la retorica vuota della “sicurezza” usata come scusa per ogni scempio. Basta con il servilismo verso Washington, verso l’industria bellica, verso chi vive e prospera sulla morte degli altri. L’Europa deve tornare a essere dei cittadini, non dei lobbisti e dei generali.
Chi oggi siede ai vertici dell’UE e dei governi nazionali dovrebbe ricordare che la loro funzione non è quella di trascinare i popoli in guerre ideologiche, ma di difendere il benessere e la pace. E se non ne sono capaci, se non ne hanno il coraggio, che si facciano da parte. Perché continuare su questa strada non significa solo tradire il mandato ricevuto, ma condannare l’intero continente a un declino senza ritorno.
La storia ci giudicherà. E non sarà clemente con chi ha barattato la pace per qualche applauso al Pentagono, con chi ha affamato intere generazioni per finanziare missili, con chi ha messo a rischio milioni di vite per compiacere un’alleanza che oggi chiede solo obbedienza cieca.
La pace non è una concessione: è un diritto. Ed è tempo che questo diritto venga rivendicato, con forza, da chi non ha più intenzione di restare in silenzio mentre il futuro gli viene rubato da una classe politica arrogante, fallimentare e pericolosamente innamorata del conflitto.
Alla prossima Red-Pinguini… siamo in un mondo di pazzi…