Negli ultimi dieci anni la cura promessa dalle istituzioni è consistita soprattutto in illusioni statistiche e contorsioni contabili. In Basilicata la Regione ha costruito tetti di spesa ridicoli basati sulla spesa storica del 2014, ignorando i bisogni reali dei cittadini. Il risultato? Agende chiuse, servizi sospesi, rinunce e mobilità sanitaria crescente. Insomma, dite addio alle visite rapide: qui i turni sono blindati come bancomat in Cassaforte, e chiusa un’agenda non ci entra più nessuno. Ogni promessa di riduzione delle liste è rimasta sulla carta, mentre la realtà è di una farsa da avanspettacolo.

Ma almeno l’intramoenia, si potrebbe dire, permetteva ai pazienti di non restare in balia delle liste. Peccato che anche quella sia diventata un lusso per pochi: “la libera scelta del cittadino è un diritto svuotato di contenuto: si può scegliere davvero solo se si ha la possibilità economica di pagare”. Tradotto: se hai i soldi, passi avanti. Per tutti gli altri c’è la roulette delle prenotazioni, con mesi (quando non anni) di attesa. Come denunciato dall’USC, i lucani sono ormai “pazienti costretti a pagare privatamente prestazioni che dovrebbero essere garantite dal sistema pubblico”. E infatti, mentre la politica sfoggia a Roma decine di milioni «risparmiati» grazie alle liste, i cittadini sono obbligati a sborsare di tasca propria o emigrare fuori Regione per curarsi. L’intramoenia, per come si sta mettendo, è diventata un club esclusivo: entra chi può, gli altri guardano.

Un’indagine indipendente conferma la tragedia: testate 29 prescrizioni di prestazioni ambulatoriali (dal Cup regionale), risultano “tempi di attesa che in molti casi superano i 12-18 mesi, con date fissate addirittura al 2026 e al 2027. In due casi, invece, non è stata comunicata alcuna disponibilità”. Non è un errore o un’esagerazione: è routine lucana. Anzi, ciò che rende il tutto ancora più grottesco è che “le disponibilità oscillano in modo casuale”: la stessa visita può essere prenotabile domani o fra due anni, a seconda del *giorno fortunato* in cui chiami il Cup. Una vera roulette russa della salute, dove non c’è programmazione che tenga. Se pensate sia uno sketch, un esempio concreto vi farà sobbalzare: per una visita urologica con ecografia il Cup dava un appuntamento nel 2027 a Matera, e poche settimane dopo offriva lo stesso esame a Rionero nel 2026.

Curiosamente, tutti questi numeri record di attesa non compaiono nei bollettini trionfalistici della Regione. Nei report ufficiali Basilicata risulta *la regina della tempestività*, soprattutto per prestazioni urgenti. Peccato che tale valutazione nasconda pratiche ben note: agende chiuse all’occorrenza, segnalazioni ignorate, telefonate ripetute senza mai ottenere risposta. Di fatto, “il tempo di attesa viene calcolato non dalla prima telefonata, ma dal momento ‘fortunato’ in cui si riesce finalmente a prenotare”. Così i dati raccontano una sanità miracolosa che… non esiste. Nella realtà di tutti i giorni, i cittadini vedono sistematicamente negati i diritti garantiti dalla legge: fare ricorso al rimborso o accedere alle prestazioni intramoenia a carico del Servizio Sanitario restano miraggi. Ovvero, chi vorrebbe pagarsi privatamente (ma con rimborsi pubblici) non lo può fare; chi aspetta da un’eternità si ritrova escluso da qualsiasi tutele.

Quando il Ministero minaccia sanzioni, la giunta lucana tira fuori qualche tampone amministrativo, come le delibere 512 e 513 di qualche anno fa. Peccato che siano pezze improvvisate: “si limitano a finanziare prestazioni aggiuntive negli ospedali pubblici e a tentare di spendere fondi residui non utilizzati l’anno precedente con acquisti spot dal privato accreditato”. Due misure straordinarie, a tempo, concepite solo per schivare le sanzioni ministeriali. In pratica, si prendono i soldi non spesi del passato e si buttano in prestazioni una tantum, come se ci fosse qualche miracolo incantato. L’effetto strutturale? Zero. Le liste restano chilometriche e a piangerci si aggiunge solo qualche iter contabile.

Il crocevia della follia è lo storico budget sanitario. Da un lato la scusa della austerity nazionale, dall’altro la scelta di piantarsi sulle risorse del 2014: così la Basilicata “destina ai fabbisogni reali appena il 6% delle risorse complessive”. Con soli due spiccioli in più veri stanziamenti, incredibilmente preferiamo chiudere le agende piuttosto che riconoscere che c’è bisogno di personale e strutture. E mentre altri territori hanno aggiustato le programmazioni a nuovi bisogni, qui continuiamo a far finta che i lucani non invecchino e non si ammalino più di dieci anni fa. Anzi, la beffa finale è che nemmeno i nuovi fondi stanziati dall’Italia vengono utilizzati: come ricordava il ministro Schillaci, ci sono Regioni che non hanno ancora speso i soldi assegnati per le liste d’attesa, il vero scandalo che nessuno vuole ammettere.

Come se tutto questo non bastasse, la Regione ha deciso di mettere la ciliegina sulla torta dell’assurdo: la chiusura di diversi plessi ospedalieri con la scusa dell’accorpamento per risparmiare. Un capolavoro di miopia politica che ha ridotto l’offerta sanitaria territoriale al lumicino. Lungi dal migliorare l’efficienza, questa scelta ha semplicemente allungato le distanze, aumentato i carichi su pochi presidi superstiti e lasciato intere comunità prive di presidi di primo intervento. Il cittadino si ritrova così a percorrere decine di chilometri per una visita, mentre la Regione si congratula con se stessa per aver “ottimizzato”. Mai scelta fu più scellerata: un taglio mascherato da razionalizzazione, che ha smantellato senza costruire.

Insomma, abbiamo preso una delle regioni più sofferenti e abbiamo creato un sistema in cui la “libera professione” degli specialisti in intramoenia cozza spietatamente con le esigenze dei pazienti. La certezza è che “la salute non è un gioco di numeri o di statistiche manipolate. È un diritto che va garantito nei fatti, non sulla carta”. Purtroppo il diritto alla salute dei lucani assomiglia più a un film comico grottesco: ridono di noi con le loro slide trionfali, mentre paghiamo tutti il prezzo di un sistema inviso e maldestro. A questo punto, l’unico premio certo è la denuncia degli operatori e dei cittadini: perché certo non ammetteranno di essere corresponsabili di questo show tragicomico.

E in tutto questo le strutture private, che potrebbero davvero dare una mano per le liste d’attesa vengono praticamente messe da parte per “dare spazio alla sanita’ pubblica” ma piu’ che sanita’ pubblica potremmo definirla una sanita’ (re-)pubblica delle banane…

Assessore Latronico… se lei dovesse avere bisogno come fa? chiama il CUP? vorrei proprio vedere…

Come direbbe il Marchese del grillo “perche’ io so io e voi nun siete un cazzo!”

Cari Red-Pinguin… fate attenzione a non ammalarvi… per un esame potrebbe essere necessaria la reincarnazione… poveri noi

Di Admin