Sento in giro un po di gente che ripete come una cantilena… non sono i concerti o le mobilitazioni che risolvono la crisi tra israeliani e palestinesi.. il governo (il minuscolo e’ voluto ovviamente) che non e’ la Sumud Flottilla che risovera’ il problema, ci sono altri canali, salvo poi non prendere posizione quando questi canali sono esche per ammazzare poveri cristi che cercano solo di sfamarsi ma mica apposta… sono errori su quali fara’ luce una commissione di inchiesta bla bla bla!!!
Cosi’ vista la memoria selettiva che si e’ ormai imposta in occidente facciamo un piccolo riepilogo… non dal 1947, sarebbe troppo lungo… ma solo dal 2006 dalle elezioni amministrative a Gaza e Cisgiordania…
Le elezioni legislative palestinesi del 2006 rappresentano una pagina cruciale e complessa nella storia del conflitto israelo-palestinese e nelle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Hamas, movimento islamico di resistenza, vinse quelle elezioni, sorprendendo non solo la leadership palestinese tradizionale di Fatah ma anche la comunità internazionale. Questa vittoria democratica ebbe però ripercussioni profonde, alimentando tensioni diplomatiche e facendo da detonatore a una spirale di conflitti che ancora oggi si riverberano nella regione.
La vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi del 2006
Il 25 gennaio 2006 si svolsero le elezioni legislative per il Consiglio Legislativo Palestinese (Clp). Hamas, che fino ad allora aveva partecipato solo marginalmente e in alcune aree alle competizioni elettorali amministrative, si presentò con una lista che prometteva riforma e cambiamento, conquistando un consenso importante. I risultati ufficiali confermarono una maggioranza assoluta per Hamas con 74 seggi su 132, rispetto ai 45 ottenuti da Fatah, partito dominante da decenni nel panorama politico palestinese.
Importante è sottolineare che quelle elezioni furono osservate e giudicate regolari e legittime da numerosi osservatori internazionali, inclusi quelli europei, che ne riconobbero la correttezza procedurale e la partecipazione popolare elevata. Non vi furono imposizioni o precondizioni specifiche poste a Hamas in vista della competizione elettorale, che si svolse nell’ambito di una cornice di rispetto del diritto e del diritto di voto.
Questa vittoria non fu solamente elettorale ma rappresentò un’espressione della fiducia della popolazione palestinese in Hamas, vista come un’alternativa più onesta e impegnata nella giustizia sociale rispetto a una leadership Fatah percepita come corrotta e inefficace. Hamas aveva infatti costruito una rete di servizi sociali, ospedali e scuole nella Striscia di Gaza, creando una base di consenso significativa.
Il nuovo governo palestinese, guidato da Ismail Haniyeh di Hamas, prese ufficialmente il potere a marzo 2006. La leadership occidentale e locale accolse la notizia con forte preoccupazione, data la natura e le posizioni storiche di Hamas, che rifiutava di riconoscere lo Stato di Israele e continuava a sostenere la lotta armata come mezzo legittimo di resistenza.
La vittoria legittima di Hamas si scontrò subito con una dura reazione internazionale, in particolare da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Israele e altri alleati occidentali. Il cosiddetto “Quartetto per il Medio Oriente” (Stati Uniti, UE, Russia e ONU) impose condizioni severe per il riconoscimento del nuovo governo palestinese: Hamas doveva rinunciare alla violenza, riconoscere il diritto di Israele a esistere e sostenere il processo di pace. Hamas non accettò esplicitamente queste condizioni, mantenendo una posizione radicale.
Di conseguenza, i governi occidentali e Israele sospesero aiuti finanziari all’Autorità Nazionale Palestinese, evitarono ogni legittimazione politica e attuarono un regime di isolamento economico e diplomatico. Questo atteggiamento fu motivato non solo dalla paura che Hamas avrebbe minato la sicurezza regionale, ma anche dal fatto che l’organizzazione era considerata terrorista da molte di queste nazioni.
Parallelamente, la leadership palestinese tradizionale, rappresentata da Fatah e dal presidente Mahmoud Abbas, divenne l’interlocutore principale per la comunità internazionale, nonostante avesse perso pesantemente le elezioni. Nei fatti, la divisione politica palestinese si accentuò con Hamas che controllava la Striscia di Gaza e Fatah la Cisgiordania.
Il rifiuto occidentale a riconoscere Hamas nonostante la sua legittima vittoria democratica è spesso interpretato come un chiaro esempio di doppio standard. L’Occidente affermava di sostenere la democrazia, ma nell’applicare condizioni politiche rigide che escludevano dal potere un movimento profondamente radicato nella popolazione, mostrava di privilegiare interessi strategici e alleanze piuttosto che la volontà popolare.
Questa dinamica ricorda le Primavere Arabe, in cui diversi governi ritenuti invisi o pericolosi furono marginalizzati o contrastati nonostante avessero ottenuto consensi elettorali o popolari significativi. La politica occidentale sembra dunque anteporre stabilità e alleanze di lungo termine alla piena legittimazione democratica, soprattutto se in conflitto con il proprio orientamento geopolitico.
L’atteggiamento internazionale dopo il 2006 ha avuto un impatto profondo sulle dinamiche in Medio Oriente. L’isolamento politico ed economico di Hamas ha contribuito a una crescita delle tensioni e a un progressivo deterioramento delle condizioni di vita nella Striscia di Gaza, aggravate anche dal blocco israeliano.
Queste condizioni hanno facilitato il consolidamento militare di Hamas, che ha mantenuto e rafforzato la propria capacità di controllo della regione, sfociando in una lunga serie di scontri con Israele, compresi eventi sanguinosi come le operazioni “Piombo Fuso”, “Margine Protettivo” e altre offensive militari.
L’escalation recente, culminata negli attacchi del 7 ottobre 2023 e nella conseguente guerra Israele-Hamas in corso nel 2025, sono un’espressione di questa crisi senza soluzione, alimentata da rancori, isolamento, mancanza di negoziati e divisioni interne alla comunità palestinese.
Conclusioni e prospettive
La storia recente dimostra che un’esclusione politica e diplomatica basata su posizioni ideologiche e interessi strategici può facilitare più che prevenire il conflitto. Il caso di Hamas e della sua esclusione dopo vittorie democratiche ha contribuito a rendere il conflitto israelo-palestinese uno dei più duraturi e complessi nel mondo.
Per andare oltre questo stato di crisi, occorrerebbe un approccio che riconosca le realtà politiche sul campo, promuova un dialogo inclusivo e favorisca soluzioni realistiche e non ideologiche. La riconciliazione interna palestinese e il rilancio di un processo di pace credibile potrebbero rappresentare passi fondamentali in questa direzione.
L’articolo si basa su fonti storiche e analisi internazionali documentate (facilmente reperibili anche in siti istituzionali come il Senato Italiana), offrendo un quadro esaustivo per comprendere le radici e le conseguenze delle dinamiche politiche che hanno segnato il Medio Oriente negli ultimi vent’anni, contestualizzandole all’attuale crisi.
Quelli che “ricordano” le cose in maniera diversa si facciano un giro e cerchino le informazioni reali e non solo le fake news. Usare metodi pacifici come i concerti, le mostre, il sostegno alla Sumud Flottilla, non risolvono i problemi del medio oriente, sono un modo per tenere alta l’attenzione, a differenza di chi nasconde la polvere sotto il tappeto. Per spezzare questa catena, sarebbe necessario, da parte dei governi, affrontare le questioni politiche con realismo e inclusività, superando i pregiudizi ideologici. Occorre riconoscere le condizioni di governo e rappresentanza emerse democraticamente e costruire una roadmap di pace che coinvolga tutte le parti in causa.
Alla prossima Red Pinguini… sempre in direzione ostinata e contraria