Benvenuti nell’era di Trenitalia, dove il tragitto Potenza–Melfi si trasforma ogni giorno in una sfida epica degna dei migliori film di fantascienza. Questa mattina il bus 703, in partenza da Melfi, ha deciso di prendersi una pausa esistenziale e non si è mai presentato. Dove sarà finito? Mistero. Sarà finito in una realtà parallela? Probabilmente sì, visto che nessuno – e dico nessuno – a Trenitalia ha pensato minimamente di controllare, verificare, o chiedersi: “Ehi, qualcuno, per caso, sta aspettando un autobus?”.
La risposta, ovviamente, è no. Perché se fosse esistito un sistema di controllo efficiente, magari uno che non si basi su un sibillino “speriamo che vada tutto bene”, forse oggi a decine di pendolari non sarebbe toccato sorbirsi una bella mattinata di angosce e incognite.
Chi ha salvato i viaggiatori? Non certo la fantomatica dirigenza di Trenitalia o qualche ufficio misterioso con la responsabilità di garantire il servizio. No, l’eroe di questa sciagura è stato l’autista della corsa “bis” partita da Melfi: solo per il suo buonsenso e senso di responsabilità nessuno è rimasto abbandonato o, peggio, è saltato completamente il viaggio. Ma come al solito, questa è la storia nota di un servizio che viene retto più dalla buona volontà umana che da qualche solida organizzazione.
D’altronde, fregarsene è un’arte che Trenitalia pare aver perfezionato nei decenni. Non si controlla nulla, non si verifica nulla, e – ciliegina sulla torta – nessuno avvisa. L’app ufficiale? Ah, quella è un oggetto decorativo, come un soprammobile da mostrare a chi si azzarda ancora a comprarne un biglietto. Nessuna notifica, nessun segnale di vita. È una specie di roulette russa: partiamo o non partiamo? Arriviamo o restiamo fermi al capolinea a rosicare? Nella migliore delle ipotesi, il silenzio.
Eppure, la situazione è molto più grave di un semplice bus mancante. Perché la linea Potenza–Foggia, già popolata da uomini e donne che ogni giorno affrontano orari impossibili e condizioni precarie, è stata recentemente aggravata da eventi catastrofici degni del miglior apocalittico blockbuster. Parliamo del ponte ceduto a Tiera, un cedimento che sembra uscito da un’incursione politica di sciatteria e incapacità, che ha costretto a chiudere un tratto fondamentale, e della galleria tra Melfi e Candela che è diventata più un simbolo di abbandono che una via di comunicazione.
E c’è il dettaglio non da poco: di quand’è prevista la riapertura di queste infrastrutture non esistono notizie certe. Le istituzioni si dilettano nell’arte del silenzio che sa tanto di beffa: né date, né previsioni, né piani chiari. Solo vaghe promesse confuse o, peggio, il nulla. Insomma, un silenzio assordante che accompagna una stagione in cui, come se non bastasse, è ripresa la scuola.
Con l’apertura degli istituti, il numero di viaggiatori sulla tratta aumenta in modo esponenziale: studenti, insegnanti, personale scolastico, tutti obbligati a confrontarsi con un sistema di trasporti che sembra progettato apposta per mettere a dura prova la pazienza e la sopportazione. Ma tranquilli, l’assessore Pepe, da sempre impegnato a partecipare a comparsate televisive più che a risolvere problemi sul campo, continua imperterrito a far finta che tutto vada a gonfie vele, studiando solo come apparire bene davanti alle telecamere senza fare un passo avanti per migliorare la situazione reale.
Nel frattempo, i viaggiatori si alzano all’alba, spesso alle 5 o alle 6 del mattino, per ritrovarsi a sperare in un autobus che rischia di non arrivare mai. Questi poveri “stronzi”, come li chiamano dalle parti alte (dal comfort delle poltrone e delle discussioni televisive), sono uomini e donne che affrontano ogni giorno disagi inauditi per poter lavorare e studiare, e che di certo non meritano questa totale assenza di rispetto.
Il contesto è tragicomico: mentre da una parte si assiste a infrastrutture che collassano per mancata manutenzione e investimenti inesistenti, dall’altra si aspetta invano un segnale, una comunicazione, un minimo di attenzione. Sembra quasi di assistere a uno spettacolo in cui il pubblico è lasciato alla mercé degli imprevisti e della buona sorte, mentre sul palco troneggiano figure istituzionali che recitano monologhi di circostanza.
Assistiamo così a una situazione paradossale: chi paga puntualmente un biglietto – spesso in cambio di nulla – non può nemmeno sapere se il bus passerà o se dovrà arrangiarsi. Non esiste un sistema di alert, una linea telefonica di emergenza, un’app che realmente funzioni e informi subito in caso di problemi. La digitalizzazione, tanto sbandierata, si ferma ai titoli di cartello e alle foto promozionali, mentre nella pratica tutto è affidato a qualche autista volenteroso e al paziente spirito di sopportazione dei viaggiatori.
È questa la realtà che vive chi ogni mattina si affida ai mezzi pubblici su questa tratta strategica, dove il rischio di rimanere a piedi, senza alternative immediate, è ormai una certezza.
In conclusione, Trenitalia, l’assessore Pepe e tutte le istituzioni coinvolte devono smetterla di dedicarsi a passerelle televisive e annunci vaghi, e cominciare a prendere sul serio la tragedia quotidiana dei pendolari della tratta Potenza–Foggia. Altrimenti, prima o poi, l’attenzione dei cittadini esasperati finirà per trasformarsi in rabbia manifesta, giustamente indirizzata verso chi, con grave negligenza, dilapida risorse e speranze di chi investe ogni giorno ore della propria vita su questi treni e autobus inaffidabili.
E ai viaggiatori, testimoni impotenti di questo disastro organizzativo, non resterà altro da fare che continuare a sperare… che il bus 703, o almeno la corsa bis da Melfi, non si perda nuovamente nel nulla.