A partire dal 23 giugno 2025, in Italia è stato ufficialmente abolito il test di ingresso nazionale per accedere al corso di laurea in Medicina e Chirurgia. Una decisione definita “storica” dal Ministero dell’Università e della Ricerca, accolta con favore da parte dell’opinione pubblica, ma non senza suscitare dubbi nel mondo sanitario e accademico. Alla domanda di un giornalista se l’abolizione del test avrebbe avuto l’effetto di produrre più medici, la ministra Bernini ha risposto senza esitazioni: “Sicuramente.”
Ma è davvero così? Basta togliere un test per risolvere i problemi della sanità italiana?
Prima di valutare l’impatto di questa riforma, è necessario chiarire un punto: in Italia non mancano medici né infermieri. Secondo i dati OCSE aggiornati, l’Italia ha 4,1 medici ogni 1.000 abitanti, al di sopra della media europea. Il problema reale è la cattiva distribuzione territoriale, il sottoutilizzo delle risorse umane e le gravi carenze nei reparti specialistici e nei presidi rurali.
Molti medici italiani scelgono di lavorare all’estero o abbandonano il pubblico per il privato, spesso per stipendi più competitivi, migliori condizioni di lavoro e minore burocrazia. Non è raro che giovani laureati in Medicina, una volta terminato il percorso di studi, si ritrovino di fronte a un collo di bottiglia rappresentato dalle scarse borse di specializzazione e da percorsi formativi lunghi e farraginosi.
Cosa succede senza il numero chiuso?
Abolire il test non significa automaticamente che più medici arriveranno nel sistema sanitario. Anzi, il rischio è che aumentino gli immatricolati, ma che non si riesca a garantire a tutti un’adeguata formazione pratica e un accesso alla specializzazione. In altre parole, potremmo trovarci con più studenti, ma non necessariamente più medici operativi.
La Francia, ad esempio, ha eliminato il numerus clausus per Medicina nel 2020. L’obiettivo era proprio quello di aumentare il numero di medici per far fronte al fenomeno dei “deserti sanitari” (aree rurali senza dottori). A cinque anni di distanza, il numero degli studenti è aumentato, ma la carenza nei territori periferici persiste, perché i giovani medici non vogliono trasferirsi in zone disagiate, con strutture carenti e poca qualità di vita.
Inoltre, la riforma francese ha evidenziato un problema ricorrente: non è l’accesso alla facoltà a determinare la reale disponibilità di medici, ma l’intero sistema di formazione, specializzazione e inserimento nel mercato del lavoro.
La Germania non ha un test unico nazionale, ma adotta un sistema basato sul merito scolastico e su criteri di valutazione universitaria. Anche qui: i medici non mancano numericamente ma molti vanno a lavorare in altri Paesi a causa delle condizioni migliori (es. in Svizzera o in Scandinavia)
Nel Regno Unito, l’accesso a Medicina è estremamente selettivo, basato su curriculum, esami (come l’UCAT), lettere motivazionali e colloqui. In Germania non esiste un test nazionale, ma si entra per media scolastica altissima (Abitur), quindi una selezione esiste eccome. In Spagna il modello è simile: non c’è un test, ma si accede solo con votazioni eccellenti nella “Selectividad”.
In tutti questi Paesi, il sistema mira a garantire non solo un accesso regolato, ma anche un equilibrio tra domanda formativa e capacità del sistema sanitario.
Il vero collo di bottiglia in Italia non è l’accesso a Medicina, ma la formazione post-laurea. Le borse di specializzazione sono spesso inferiori al numero dei laureati, creando una massa crescente di medici “sospesi”, non ancora abilitati a operare autonomamente nel SSN.
A questo si aggiunge un problema cronico di governance: le politiche sanitarie sono gestite in modo frammentato, inefficiente e spesso piegate alle logiche politiche di breve termine. Le Regioni fanno fatica a coordinarsi, i fondi vengono gestiti in modo disomogeneo, e le strutture pubbliche sono afflitte da carenze di personale e infrastrutture.
Cosa serve davvero?
Se l’obiettivo è rafforzare il sistema sanitario, la rimozione del test non può essere l’unica risposta. Serve un piano nazionale pluriennale, fondato su:
- Aumento delle borse di specializzazione.
- Riforma del sistema di formazione pratica.
- Incentivi per i medici nelle aree disagiate.
- Snellimento della burocrazia e migliori condizioni contrattuali.
- Gestione tecnica, non politica, della sanità.
Senza queste riforme strutturali, si rischia solo di creare:
- un sovraccarico delle università
- un aumento dei drop-out
- una fuga di cervelli all’estero dopo la laurea
L’abolizione del test di ingresso a Medicina può essere vista come un’apertura democratica, ma da sola non risolve i problemi della sanità italiana. Non bastano più laureati per avere più medici: servono strategie di lungo termine, investimenti strutturali e una gestione del personale che non sia ostaggio di logiche elettorali.
La risposta della ministra Bernini – “Sicuramente” – suona più come uno slogan che come una valutazione fondata. La verità è che senza una seria riforma dell’intero sistema, l’Italia rischia solo di produrre più medici frustrati e meno qualità nella cura.
Ciauz Red-Pinguini