Con un allineamento quasi totale e obbediente, gran parte dei governi europei – Italia in testa – ha accettato la proposta, spinta con crescente aggressività dagli Stati Uniti, di aumentare le spese militari al 5% del PIL. Un passo che segna un drammatico spartiacque nella storia dell’Unione Europea: la rinuncia definitiva a un’identità politica autonoma in nome della subordinazione strategica a Washington.

A dettare la linea, ancora una volta, non è stata Bruxelles, né Berlino, né Parigi. È stato Donald Trump, il “bullo” di turno tornato a minacciare i partner NATO, come già fece durante il suo primo mandato. Secondo Trump, l’Europa “non paga abbastanza” per la propria difesa e dovrebbe farsi carico di un peso maggiore. Ma dietro la facciata contabile si cela un ricatto politico: chi non obbedisce verrà abbandonato al proprio destino.

In questa cornice, la risposta dell’Italia è stata pavida e sottomessa. Nessun tentativo di trattativa, nessuna proposta alternativa, nessuna voce dissonante nel nome della sovranità nazionale. Il governo ha piegato il capo, promettendo nuovi fondi alla difesa senza alcuna discussione pubblica, senza un mandato popolare e soprattutto senza dire agli italiani dove verranno presi quei soldi.

La risposta è ovvia: non ci sono risorse per un aumento simile della spesa militare senza intervenire sui settori fondamentali dello stato sociale. Scuola, sanità, pensioni, servizi pubblici: tutto sarà sacrificato per inseguire un modello di sicurezza illusorio, che serve più gli interessi strategici americani che quelli dei cittadini europei.

In Italia, dove già la spesa per l’istruzione è tra le più basse d’Europa, e dove la sanità pubblica è sottofinanziata da anni, un aumento di questo tipo significa scelte drammatiche: tagli ai servizi, aumento della precarietà, ulteriore smantellamento del welfare universale. Una prospettiva distopica per un Paese in cui oltre 5 milioni di persone vivono già sotto la soglia di povertà.

I leader europei giustificano questa scelta come necessaria per “difendersi da minacce crescenti”, citando la Russia, la Cina, il terrorismo. Ma in realtà, questo aumento non rafforza la difesa europea, non crea un esercito comunitario, né promuove un’autonomia strategica. Serve piuttosto a finanziare missioni USA, a sostenere l’industria bellica americana, a garantire che l’Europa resti un satellite politico e militare di Washington.

L’Europa non si sta armando per difendersi, ma per fare le guerre per conto degli Stati Uniti, in Ucraina oggi, in Asia domani, ovunque Washington ritenga opportuno “proiettare la democrazia” a colpi di droni e bombardamenti.

In questo coro di obbedienza, una sola voce ha avuto il coraggio di stonare: la Spagna. Il governo di Madrid ha espresso riserve esplicite, ricordando che l’aumento al 5% del PIL è insostenibile e pericoloso, sia economicamente che politicamente. La Spagna ha rivendicato il diritto di decidere autonomamente le proprie priorità, difendendo l’importanza dello Stato sociale e della coesione interna.

Un esempio di lucidità e responsabilità che mette a nudo la mancanza di coraggio dell’Italia, incapace anche solo di chiedere una clausola di salvaguardia, una gradualità, un confronto parlamentare. Nulla: solo silenzio e accettazione.

La vera tragedia, tuttavia, è culturale. L’Europa sta smettendo di essere un continente di pace, trasformandosi in una potenza armata, normalizzando la guerra come strumento di politica estera. L’aumento della spesa militare non è solo una cifra: è una scelta ideologica. È la rinuncia a un modello basato sulla diplomazia, sulla mediazione, sul primato del diritto. È il ritorno alla logica delle sfere di influenza, del nemico da odiare, delle armi come linguaggio universale.

In nome della “sicurezza”, stiamo sacrificando libertà, diritti e umanità. E lo facciamo senza dibattito, senza proteste di piazza, senza opposizione politica.

L’Europa che accetta di spendere il 5% del PIL in armamenti non sarà più sicura. Sarà più povera, più instabile e più dipendente dagli Stati Uniti. Sarà meno democratica, meno solidale e meno capace di affrontare le vere sfide del futuro: la crisi climatica, le diseguaglianze, la transizione energetica, la pace globale.

L’Italia, in particolare, avrà sulla coscienza non solo l’aumento delle armi, ma anche la distruzione definitiva del welfare pubblico che ha costruito in decenni di sacrifici. Tutto per compiacere un ex presidente americano con deliri imperiali.

L’unico modo per fermare questa deriva è parlarne, denunciarla, opporvisi con tutti gli strumenti democratici. Perché un’Europa militarizzata non è l’Europa dei popoli: è l’Europa delle élite, della paura e della sottomissione, e tutto questo lo pagheremo tutti. Soprattutto i nostri figli!

Siamo alla frutta Red-Pinguini… Poverannoi!

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Di Admin