“Israele deve fermarsi. Questi attacchi sono inaccettabili!”

Se ve lo avessero detto sei mesi fa, ci avreste creduto? Probabilmente no. E invece eccoci qui: dopo mesi di silenzio tombale e imbarazzato di fronte a interi quartieri rasi al suolo a Gaza, a convogli umanitari colpiti, a ospedali evacuati con le ruspe, a bambini sepolti sotto le macerie, ora che è stata colpita una chiesa (una struttura cristiana!), improvvisamente si risveglia la voce del Governo italiano, e con essa il tono grave, solenne, addirittura indignato.

Il problema non è che si denunci l’ennesima barbarie. Il problema è quando e perché si decide di denunciare.

La selettività morale non è una svista. Non è un errore di comunicazione. È una strategia di consenso perfettamente calibrata: taci quando il tuo alleato bombarda i civili, parla solo quando l’opinione pubblica occidentale potrebbe scandalizzarsi per una vittima “della tua parte”.

È il principio base del doppiopesismo politico, e nel caso Meloni-Israele-Palestina lo vediamo all’opera in tutta la sua brutalità.

Quando, nelle scorse settimane, organizzazioni internazionali, medici, giornalisti e ONG denunciavano i bombardamenti sistematici israeliani su scuole, ospedali, campi profughi, le autorità italiane non hanno fatto una piega. A volte hanno taciuto, altre volte hanno addirittura giustificato le operazioni come “difesa legittima” o “risposta necessaria all’attacco di Hamas del 7 ottobre”.

Ma nel momento in cui un missile colpisce una chiesa — con dentro personale religioso cristiano — ecco che la scala della moralità cambia improvvisamente.

C’è una parola chiave che spiega tutto: “appartenenza”. In quella chiesa c’erano cristiani. Magari cattolici. Forse religiosi. E questo, agli occhi di certa politica, fa tutta la differenza del mondo.

Il bambino palestinese non ha nome, non ha volto, non appartiene.

La suora colpita dalle bombe sì. È “una di noi”. E quindi, per quella vita, si può finalmente strillare: “Inaccettabile!

Non è solo Giorgia Meloni: è l’intero sistema di informazione istituzionale che si muove secondo questa logica. Quando le vittime sono “lontane da noi” per etnia, religione, o posizione geopolitica, il megafono tace. Quando invece il lutto è percepito come “proprio”, la condanna esplode.

I telegiornali italiani non sono immuni da questa dinamica. Nei primi mesi della guerra a Gaza, si sono spesso limitati a rilanciare le fonti israeliane, evitando accuratamente di usare parole come “massacro”, “crimine di guerra” o “violazione del diritto internazionale”.

Interi bombardamenti su scuole dell’ONU, file di camion umanitari distrutti, ospedali pediatrici evacuati, sono passati come semplici “conseguenze collaterali” del conflitto.

Ma alla prima esplosione su una chiesa, servizi speciali, dibattiti, indignazione in prima serata.

E il telespettatore medio? Si adegua. Impara a pensare che ci siano morti di serie A e morti di serie B.

C’è chi ha ironizzato dicendo che “la compassione pubblica sembra governata da un algoritmo”: più la vittima è bianca, cristiana, europea o ‘alleata’, più vale. Più è lontana, araba, musulmana, meno pesa.

Un algoritmo, sì. Ma scritto da anni di cultura politica e mediatica che ci ha abituati a ignorare certe tragedie, e ad amplificare solo quelle che ci toccano “culturalmente”.

La guerra in Ucraina, ad esempio, ha avuto una copertura martellante e mobilitante. Quella a Gaza, invece, spesso è stata raccontata come una “conseguenza” della sicurezza israeliana.

In tutto questo, il governo Meloni non è l’unico colpevole, ma è certamente tra i più sfacciati nel portare avanti questa narrazione a corrente alternata.

Basti pensare all’uso della parola “umanitario”, che compare solo quando si parla di aiuti (e quindi di contenimento delle colpe), ma mai quando si tratta di denunciare chi li impedisce o li distrugge.

Siamo preoccupati per i civili”, dichiarano. Ma non appena si chiede di condannare l’embargo su cibo, acqua e carburante a Gaza, il silenzio torna a dominare.

Il doppiopesismo non è solo una questione di coerenza o ipocrisia. È una scelta politica.

Significa:

  • non rompere l’equilibrio con Israele (alleato strategico)

  • non irritare gli USA (che sostengono Tel Aviv)

  • non perdere la sponda dei gruppi evangelici/filo-israeliani in Europa

  • ma anche non esporsi troppo con l’opinione pubblica quando la narrazione cambia

Meloni lo sa benissimo. E lo sanno i suoi consiglieri di comunicazione.

Alla fine, quello che scandalizza davvero il potere non è l’orrore della guerra. È chi pretende coerenza.

Chi osa dire: “Se condanni oggi, perché hai taciuto ieri?”
Chi chiede: “Le vite hanno valore solo quando sono europee, bianche o cristiane?”

Il governo Meloni è solo l’ultimo interprete di una lunga tradizione politica che usa la compassione come strumento di controllo. Un giorno per mobilitare, il giorno dopo per giustificare l’indifferenza.

Il megafono c’è sempre.
Ma solo per alcuni.

E a corrente alternata.

Alla prossima Red-Pinguini

Avatar photo

Di Admin