Ebbene si… cari Red-Pinguini… gli stati uniti (il minuscolo e’ voluto ndr) continuano con quello che sanno fare meglio… l’esportazione della democrazia… ovviamente il tutto in barba alle leggi internazionali… ma come direbbe il Marchese del Grillo “io so io… e voi nun siete un cazzo!”
L’operazione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela non è solo l’ennesimo capitolo di una lunga storia di ingerenze in America Latina: è la conferma plateale che il diritto internazionale vale solo quando è utile ai più forti, e che molta Europa, ancora una volta, si accoda obbediente, brandendo la parola “democrazia” solo quando coincide con gli interessi di Washington.
Per capire la portata di quanto sta accadendo bisogna partire da un dato semplice: il Venezuela non ha attaccato militarmente gli Stati Uniti. Eppure forze armate statunitensi hanno colpito obiettivi sul territorio venezuelano, e il presidente Nicolás Maduro è stato catturato e trasferito fuori dal Paese, in una scena che somiglia più a un rapimento internazionale che a un’operazione fondata su regole condivise.
Da anni la strategia è sempre la stessa: prima la delegittimazione politica del governo sgradito, poi il bombardamento mediatico, quindi le sanzioni economiche usate come armi di assedio e, se non bastano, la minaccia o l’uso diretto della forza. Nel caso venezuelano, la trama è nota: si è iniziato col non riconoscere il risultato delle elezioni, con la narrativa della “dittatura” e della “usurpazione del potere”, si è imposto un “presidente ad interim” gradito a Washington, si è strangolata l’economia con misure unilaterali, e si è infine passati alla fase apertamente militare.
È un copione già visto in altre latitudini: basta cambiare i nomi, gli slogan restano gli stessi. Si parla di “ripristino della democrazia”, di “lotta alla corruzione”, di “difesa dei diritti umani”, mentre sul terreno ciò che si vede sono sanzioni che affamano la popolazione, bombardamenti che violano la sovranità di uno Stato e un capo di governo portato via come un trofeo politico.
Qui non si tratta di interpretazioni creative: la Carta delle Nazioni Unite è chiara. L’articolo 2, comma 4, vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, salvo due eccezioni: un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU o la legittima difesa in risposta a un attacco armato. Nel caso del Venezuela non c’è né l’una né l’altra cosa: non esiste alcuna risoluzione del Consiglio che autorizzi un intervento armato statunitense, né si può parlare di risposta a un’aggressione militare proveniente da Caracas.
Giuristi e centri di ricerca che già avevano criticato il precedente “blocco” navale ed economico contro il Venezuela arrivano alla stessa conclusione: si tratta di un uso della forza non giustificato, che rientra nella definizione di “atto di aggressione” così come elaborata nel diritto internazionale. Il principio di non‑intervento negli affari interni degli Stati, considerato ormai una norma cogente (jus cogens), viene sistematicamente violato quando un Paese decide di bombardare, sanzionare, sequestrare beni e perfino catturare il capo di Stato di un altro Paese per imporre un cambio di governo.
Le sanzioni unilaterali, imposte da Washington e seguite a ruota da vari alleati, non sono semplici “misure politiche”: colpiscono banche, esportazioni, settore petrolifero, accesso alla finanza internazionale, con effetti devastanti sui servizi pubblici, sulla sanità, sull’alimentazione, sulla vita quotidiana delle persone. Esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno denunciato che queste misure violano diritti fondamentali e possono configurarsi come “punizioni collettive” contro un’intera popolazione, senza alcun mandato del Consiglio di Sicurezza.
In altre parole, quanto avviene non è l’applicazione di un diritto condiviso, ma la sua sospensione selettiva: la forza militare e finanziaria sostituisce la legge. Gli stessi che si presentano come “difensori dell’ordine internazionale basato sulle regole” sono i primi a ignorare quelle stesse regole quando ostacolano i propri obiettivi geopolitici.
In questo scenario, l’atteggiamento di molti governi europei è, ancora una volta, quello del vassallo che recita un copione scritto altrove. Nel 2019, diverse capitali europee si erano affrettate a riconoscere Juan Guaidó come “presidente ad interim” del Venezuela, pur sapendo che il diritto internazionale non offre un manuale semplice per decidere, da fuori, chi debba essere considerato capo di Stato di un Paese sovrano. Questa scelta non era un atto neutrale: significava allinearsi sostanzialmente alla strategia statunitense di delegittimazione e rovesciamento del governo venezuelano.
Oggi, dopo i bombardamenti e la cattura di Maduro, l’Unione Europea e vari Stati membri scelgono la formula più comoda: da un lato, dichiarazioni che “invocano il rispetto del diritto internazionale” e “la massima moderazione”; dall’altro, la ripetizione della tesi secondo cui Maduro “manca di legittimità”, cioè l’accettazione implicita di un cambio di potere ottenuto attraverso la forza. Si condanna genericamente la violenza, ma non si osa nominare chiaramente il responsabile principale dell’uso illegale della forza, che resta l’alleato a stelle e strisce.
La sudditanza si vede anche nella dimensione economica: quando Washington decide di bloccare i flussi finanziari o i beni di un Paese considerato “nemico”, gran parte dell’Europa si adegua, persino contro i propri interessi economici, pur di non incrinare il rapporto con il “protettore” atlantico. In teoria, l’Unione Europea si proclama “attore globale autonomo”; in pratica, quando la Casa Bianca apre un fronte, l’Europa si limita a modulare il tono delle dichiarazioni, senza contestare la sostanza della linea.
Il messaggio che esce verso il resto del mondo è devastante: per molti governi europei la legalità internazionale non è un principio, ma una variabile dipendente dalle decisioni strategiche di Washington. Se l’azione di un Paese non allineato viola il diritto internazionale, esplodono dichiarazioni indignate, sanzioni, richieste di tribunali speciali; se è un alleato a farlo, allora si parla di “situazione complessa”, di “contesto”, di “misure proporzionate” o di “operazioni necessarie”.
Ogni volta che un governo statunitense decide di intervenire – economicamente, politicamente o militarmente – contro uno Stato non allineato, la parola d’ordine è sempre la stessa: “democrazia”. È in nome della democrazia che si sono sostenuti colpi di Stato, embarghi, invasioni, bombardamenti “chirurgici” che hanno devastato interi Paesi. Nel caso venezuelano, la retorica è identica: si parla di “restaurare la democrazia”, di “liberare il popolo venezuelano”, di “combattere narcostato e autoritarismo”.
Ma se la democrazia significa davvero sovranità popolare, allora dovrebbe essere il popolo del Venezuela a decidere del proprio governo, non un’amministrazione straniera con portaerei e droni. E invece il modello è l’opposto: prima si delegittima il voto che non piace, poi si riconosce un “presidente parallelo”, quindi si strangola l’economia per alimentare malcontento, infine si ricorre alla forza. In questo schema, la volontà dei cittadini non è il fine, ma uno strumento retorico: la democrazia diventa qualcosa da “esportare” con la forza, non da rispettare nella sua forma più basilare, che è la sovranità di un popolo sul proprio destino.
La dottrina dell’“esportazione di democrazia” è auto‑contraddittoria: da un lato proclama il diritto all’autodeterminazione dei popoli, dall’altro lo nega nei fatti quando quel popolo ha scelto una leadership che disturba gli equilibri economici o geopolitici del centro imperiale. Non a caso, la stessa narrativa viene usata selettivamente: non si “esporta democrazia” verso monarchie assolute amiche, né verso regimi che garantiscono alle multinazionali occidentali accesso privilegiato a risorse strategiche. Il concetto di democrazia qui è ridotto a una maschera diplomatica, utile a coprire operazioni di potere.
Il punto centrale, che riguarda non solo il Venezuela ma l’intero ordine internazionale, è questo: se il diritto internazionale può essere ignorato da chi è più forte, allora perde significato per tutti. Se è possibile bombardare un Paese senza mandato ONU, catturarne il presidente ed esibire il tutto come “successo per la democrazia” senza subire conseguenze, che valore hanno ancora le convenzioni, i trattati, le dichiarazioni solenni?
Gli stessi governi che oggi tacciono o balbettano di fronte a un atto di forza contro il Venezuela domani invocheranno il diritto internazionale come scudo, magari di fronte a ingerenze di altri attori che si sentiranno legittimati a usare la stessa logica: se loro possono, perché noi no? Quando la norma viene violata impunemente da chi dovrebbe esserne il garante, crolla la fiducia collettiva nel valore della norma stessa.
È una dinamica pericolosissima: alimenta la corsa agli armamenti, spinge gli Stati a cercare protezione non nella legge ma in alleanze militari e in scorte di missili, sposta il baricentro dalla diplomazia al confronto di forza. Se l’esempio che viene dall’alto è che si può sequestrare un capo di Stato all’estero in nome di valori autoproclamati, altri attori internazionali potrebbero imitare il metodo, invocando a loro volta “sicurezza”, “lotta al terrorismo”, “ordine regionale”.
Da questo punto di vista, la responsabilità dell’Europa è doppia: non solo non si oppone, ma avalla un modello che domani potrebbe essere rivolto contro di lei, magari in aree del mondo dove l’Europa è percepita come potenza ex‑coloniale o come competitor. Chi oggi accetta in silenzio la demolizione del principio di sovranità venezuelana non potrà invocare con credibilità lo stesso principio quando sarà altri a calpestarlo.
Non esiste neutralità reale di fronte a ciò che sta accadendo. Dire “condanniamo ogni violenza” senza indicare il responsabile dell’uso illegale della forza significa prendere posizione a favore dello status quo, cioè della legge del più forte mascherata da ordine liberale. Continuare a ripetere che “Maduro non è legittimo” dopo che è stato catturato in seguito a un attacco armato equivale a concedere che una potenza straniera possa decidere, con le armi, chi debba governare un Paese sovrano.
La verità è che, ancora una volta, quando si parla di “democrazia” ciò che viene esportato non è un modello di partecipazione popolare, ma un sistema di subordinazione: economica, militare, politica. Il Venezuela, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà interne, diventa l’ennesimo laboratorio in cui sperimentare fino a che punto si può spingere l’uso combinato di sanzioni, delegittimazione e forza militare senza pagare un prezzo sul piano internazionale.
Se il diritto internazionale ha ancora un senso, allora deve valere soprattutto nei confronti di chi ha più mezzi per violarlo. E se l’Europa vuole davvero essere qualcosa di diverso da un semplice prolungamento della politica estera statunitense, il momento per dimostrarlo non è in qualche documento strategico astratto, ma qui e ora: nella capacità di dire chiaramente che bombardare un Paese sovrano, sequestrarne il presidente e piegarne l’economia con misure unilaterali non è “esportare democrazia”, è violare la legalità internazionale più elementare.
Finché ciò non accadrà, “democrazia” resterà la parola magica con cui si coprono aggressioni, e la sudditanza di tanti governi europei continuerà a essere l’altra faccia di una stessa ipocrisia: quella di un ordine mondiale che pretende di valere per tutti, ma che in realtà è costruito per non valere mai contro chi ha più potere.
Insomma cari Red-Pinguini voglio chiudere con una citazione dalla “Fattoria degli animali” di George Orwell … Tutte le democrazie sono uguali… ma alcune democrazie e la loro esportazione, sono piu’ uguali di altre…
Alla prossima… e speriamo che non ci esportino la democrazia pure qua… ma qua hanno gia messo i loro “valletti atlantici”
Ciauz