Cari Red-Pinguini… oggi ragioniamo sulla nuova boutade della Gioggia Nazionale (italiana, donna, madre ecc. ecc.)
Ventiquattro ore su ventiquattro a parlare di “aiuto concreto agli italiani”. Risultato? Uno sconto di 25 centesimi al litro alla pompa. Un colpo di genio, se non fosse che dura venti giorni — giusto il tempo che serve per arrivare al referendum con le persone un po’ più allegre, o almeno distratte.

E naturalmente, quei 25 centesimi non piovono dal cielo. No, sono stati raschiati dai bilanci dei ministeri come se fossero le ultime briciole in fondo al barattolo: 86 milioni tolti alla sanità, 25 e spicci all’istruzione, altre decine di milioni sottratti a università e cultura. Una mano regala lo sconto, l’altra svuota la cassa dei servizi pubblici. Il tutto condito con un bel sorriso e la parola magica “sostegno”.

Funziona sempre così: quando si tratta di far bella figura, la calcolatrice diventa un’arma politica. In teoria, il governo “aiuta i cittadini” tagliando le accise. In pratica, taglia le entrate dello Stato e tappa il buco con fondi tolti a chi già naviga a vista: scuole, ospedali e cultura.

Perché toccare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere? No, meglio non inquietare chi ha i conti in Svizzera e i dividendi da record. Meglio tagliare un laboratorio scolastico o un reparto ospedaliero — tanto chi vuoi che se ne accorga?

Questo non è un provvedimento economico: è uno spot. Un gigantesco “guardate come siamo bravi” costruito sulla pelle dei soliti. E quando tra tre settimane lo sconto finirà, saremo di nuovo punto e a capo. Ma con un po’ meno sanità, un po’ meno istruzione, e zero vergogna. “Colpiremo chi approfitta degli italiani”. Certo, come no.

Ve la ricordate la frase sulle banche, no? “Colpiremo chi approfitta degli italiani.” Applausi, titoloni, tweet trionfali. Poi silenzio. È passato oltre un anno e nessuno si è accorto di un singolo “colpo” andato a segno.

Ora si ripete lo stesso copione: stavolta i cattivi sono le compagnie petrolifere, ma tranquilli, non ne usciranno nemmeno scalfite. Perché? Perché il carburante che oggi paghiamo profumatamente è stato prodotto con petrolio comprato due mesi fa, quando costava molto meno.

Così mentre noi brindiamo ai 25 centesimi in meno, loro intascano gli extraprofitti con il sorriso sulle labbra. Un affare per tutti: loro guadagnano, il governo fa propaganda, e noi ci illudiamo di aver vinto una battaglia.
“È il momento di dare un segnale”. Certo, ma quale? Che lo Stato può spostare fondi vitali come fossero fische da poker. Che si possono togliere milioni alla sanità e chiamarlo “intervento per il cittadino”. Il messaggio è chiaro: la benzina scorre più importante del sangue, e un litro costa più di una lezione universitaria.

Il cittadino medio, intanto, tira un sospiro di sollievo: “Almeno qualcosa hanno fatto.” Sì, hanno fatto il solito trucco di prestigio. Togli da una tasca, infila nell’altra, metti un nastro rosso sopra e chiamalo “bonus”. L’arma di distrazione di massa funziona sempre. E guarda caso, esplode proprio in sincronia perfetta con il referendum. Ma sarà un caso, ovviamente.

Tutti parlano dello sconto, pochi dei conti. 25 centesimi in meno per 60 milioni di litri al giorno significa 15 milioni di euro al giorno di mancato incasso. In 20 giorni fanno oltre 300 milioni, a cui si aggiungono IVA e voci correlate: totale, circa 400 milioni di euro. Non proprio spiccioli.

Con 400 milioni potresti finanziare migliaia di borse di studio, costruire nuovi reparti ospedalieri o far respirare musei e università. Invece li bruciamo per uno sconto che dura meno di un mese e non tocca minimamente le cause del caro-carburante. È come usare l’estintore per spegnere una fiammella… mentre la casa va in fiamme alle tue spalle.

Il bello è che c’era un’alternativa sensata. Bastava applicare una tassa temporanea sugli extraprofitti delle compagnie, come hanno fatto molti altri Paesi europei. Ma evidentemente toccare gli amici del potere non è elegante.

Meglio sacrificare qualche capitolo di bilancio pubblico e far contenta la platea — almeno fino alla prossima scheda elettorale. Così, ancora una volta, si gioca la carta del consenso immediato: “Ti abbasso la benzina, quindi ti sto aiutando.” Ma aiutare non significa fare sconti temporanei: significa affrontare il problema strutturale. E lì, guarda caso, non si muove mai un dito. Forse perché un problema risolto non fa più notizia.
L’Italia del “meglio 20 giorni di gloria”

A pensarci bene, questa è la fotografia perfetta dell’Italia di oggi: un Paese che si accontenta dei cerotti, anche se sotto la pelle l’infezione peggiora. Ogni governo gioca la stessa partita, e noi continuiamo a cascarci. Come clienti fedeli di una benzinaia che ci sorride mentre regola il prezzo con la mano sull’interruttore.

“Ma guarda che bello, 25 centesimi in meno!” — e intanto lo Stato taglia fondi a scuole e ospedali. Un piccolo sconto pagato a caro prezzo. Ma non si vede, quindi va bene così. Perché in fondo ci basta poco per sentirci “aiutati”: un litro di benzina in offerta e un comunicato stampa ben confezionato. E intanto, sotto il cofano, i veri motori del Paese — sanità, istruzione, cultura — vanno a secco.
Morale: ci stanno riempiendo il serbatoio… col fumo

Fra un mese la promozione finirà, la benzina tornerà al prezzo di prima (o magari un po’ più su), e nessuno parlerà più dei 400 milioni volatilizzati. I ministeri si arrangeranno, le spese taglieranno ancora un po’, e i titoli passeranno al prossimo “bonus miracoloso”. Un copione perfetto, già visto mille volte.

Ci resta una domanda: vogliamo davvero continuare a farci prendere per il serbatoio? Perché finché applaudiamo a ogni “sconto” come se fosse manna dal cielo, loro non smetteranno di venderci illusioni a 25 centesimi al litro.

Insomma ormai ci si e’ venduti anche la dignita’ e si fanno passare operazioni fumose per interventi a favore dei cittadini… tanto alla fine ci si adatta a tutto… Alla Prossima Red-Pinguini

Di Admin