Cari Red-pinguini,

mettetevi comodi e fate un bel respiro profondo, perché oggi dobbiamo navigare nel mare in tempesta di quella che, con straordinario sprezzo del ridicolo, viene definita la programmazione strategica della nostra regione. Avete presente quando comprate un software bellissimo sulla carta, pieno di promesse e funzionalità miracolose, ma poi vi rendete conto che non avete nemmeno la presa della corrente per accendere il computer? Ecco, la gestione della sanità pubblica in Basilicata si muove esattamente su questo binario morto. Ieri pomeriggio i canali ufficiali e la stampa locale, da Basilicata24 ad AGR Basilicata fino a Basilicata Notizie, si sono scatenati nel rimbalzare l’ennesimo annuncio solenne calato dall’alto: l’assessore regionale alla Salute, Cosimo Latronico, ha illustrato in pompa magna i dettagli del nuovo cronoprogramma per la medicina territoriale. Una grancassa mediatica imponente per dirci che la sanità lucana cambierà volto attraverso una rete flessibile e integrata. Ma la vera chicca, la frase che meriterebbe di essere scolpita nel marmo della nostra diffidenza storica, è l’assicurazione giurata dell’assessore: nessuna struttura verrà chiusa. Peccato che, mentre a Potenza si stappava lo spumante della burocrazia per celebrare questo capolavoro di slide, a Senise andasse in scena la dura e cruda realtà dei fatti, con un incontro d’urgenza tra le forze politiche di opposizione per organizzare le barricate e difendere i presidi sanitari locali.

Questa è la narrazione a due velocità che consuma la nostra terra ogni santo giorno. Da un lato c’è la Basilicata dei palazzi, quella che scrive cronoprogrammi perfetti, che inventa tre livelli assistenziali fantascientifici e che vi garantisce con il sorriso sulle labbra che tutto andrà bene, che nessuno toccherà un solo mattone dei nostri ospedali di periferia. Dall’altro lato c’è la Basilicata reale, quella che si è riunita a Senise, dove i rappresentanti di Basilicata Casa Comune, del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Italiana si sono dovuti sedere attorno a un tavolo non per accogliere il messia della medicina territoriale, ma per coordinare una protesta di popolo e difendere l’idea stessa di avere un Hub sanitario degno di questo nome sul territorio. È il cortocircuito perfetto: l’assessore rassicura che non si chiude nulla, ma i cittadini e le forze politiche del territorio devono mobilitarsi perché sentono puzza di bruciato lontano un miglio. E come dare loro torto? Chiunque viva in questa regione sa perfettamente che quando la politica nostrana giura che “non indebolirà ma fortificherà”, è il momento esatto in cui bisogna iniziare a preoccuparsi seriamente per la propria salute.

La verità che cercheranno di nasconderci dietro i paroloni del politichese è che questo cronoprogramma assomiglia in modo inquietante all’ennesima operazione di fumo negli occhi. Ci raccontano che la nuova rete intercetterà i bisogni di salute dei cittadini direttamente sotto casa, alleggerendo la pressione sui grandi ospedali. Ma l’angolazione che arriva da Senise ci svela il trucco. A cosa serve un cronoprogramma se poi i territori chiave, quelli che dovrebbero fare da diga e garantire l’assistenza alle comunità più isolate, si sentono talmente svuotati e minacciati da dover attivare percorsi di protesta permanente? La vicenda dell’Hub di Senise non è un caso isolato, un capriccio di qualche comitato locale annoiato; è il simbolo di una frattura profonda tra chi decide le sorti della sanità lucana stando seduto in un ufficio riscaldato a Potenza e chi, per farsi una semplice Tac o una visita cardiologica d’urgenza, deve mettersi in viaggio su strade provinciali che sembrano mulattiere del dopoguerra.

Proviamo per un attimo a fare un bagno di realtà, lasciando da parte la propaganda dei comunicati stampa istituzionali. L’assessore ci promette una medicina territoriale rivoluzionaria, ma evita accuratamente di spiegare come intende risolvere il piccolo, insignificante dettaglio della carenza di personale. Potete anche costruire l’edificio più moderno del mondo, potete battezzarlo con la sigla più accattivante del momento, ma se dentro non ci mettete medici, infermieri e tecnici, quella struttura resta un guscio vuoto. E i medici in Basilicata stanno scomparendo più velocemente dei giovani che emigrano al Nord. Intere comunità dell’interno si ritrovano senza il medico di base, con le guardie mediche che saltano i turni perché non si trova nessuno disposto a coprirli e con liste d’attesa interminabili che costringono chiunque ne abbia la possibilità a pagare di tasca propria nelle cliniche private o a varcare i confini regionali. Di fronte a questo disastro quotidiano, sentirsi dire che “nessuna struttura verrà chiusa” suona quasi come una beffa. Certo, forse le mura rimarranno in piedi, ma a cosa serve un ospedale o un poliambulatorio aperto se dentro l’unico segno di vita è il custode all’ingresso?

Ed è proprio qui che si inserisce l’incontro politico di Senise, che unisce le forze di opposizione in una mobilitazione che dovrebbe far tremare i polsi a chi governa. Quando partiti così diversi tra loro trovano una sintesi immediata per strutturare una protesta territoriale, significa che il limite della sopportazione è stato ampiamente superato. Significa che il disegno della Regione viene percepito per quello che è: un tentativo di razionalizzare i costi sulla pelle delle comunità più fragili, spacciando il tutto per un grande piano di rilancio. La protesta di Senise ci ricorda che la sanità non è una fredda questione di algoritmi o di tabelle di marcia burocratiche; è un diritto costituzionale che al Sud, e in Basilicata in modo particolare, è diventato un lusso per pochi. La mobilitazione che si sta accendendo nell’area del senisese è la risposta spontanea di un territorio che non ci sta a essere trattato come una periferia sacrificabile sull’altare del bilancio regionale.

La retorica istituzionale della Regione Basilicata continua a viaggiare su un binario parallelo, completamente sganciato dalla quotidianità della gente. Ci dicono che il cronoprogramma fissa scadenze certe, che tutto è sotto controllo e che la medicina territoriale diventerà il fiore all’occhiello della nostra regione. Ma la smentita non arriva dalle tesi di qualche esperto, arriva direttamente dai territori che rifiutano di subire passivamente le decisioni di una politica accentratrice. Se il piano fosse davvero così inclusivo e orientato al bene dei cittadini, come mai genera tanta resistenza e tanta preoccupazione nelle comunità locali? La verità è che i lucani hanno sviluppato un sesto senso infallibile: sanno che dietro ogni promessa di “riorganizzazione” si nasconde quasi sempre un declassamento, un taglio camuffato da ottimizzazione, un servizio in meno per un popolo che sta invecchiando e che avrebbe bisogno di tutele reali, non di fiumi di inchiostro e dichiarazioni d’intenti.

Questa storia ha un retrogusto amaro che conosciamo fin troppo bene. Si riempiono le pagine dei giornali con i dettagli tecnici della nuova rete, ma si ignora deliberatamente il grido d’allarme che si solleva dalle piazze e dagli incontri politici come quello di Senise. Non si può governare la sanità di una regione complessa come la nostra ignorando la geografia, la demografia e la disperazione di chi si sente abbandonato a se stesso. Questo nuovo cronoprogramma rischia di essere l’ennesimo monumento al nulla, una bellissima scatola vuota che lascerà le cose esattamente come stanno, se non peggio. La resistenza che si sta organizzando sul territorio è forse l’ultimo barlume di dignità rimasto a questa terra, un segnale chiaro del fatto che i lucani non sono disposti a farsi scippare il futuro senza nemmeno alzare la voce. Mentre l’assessore continua a difendere il suo pezzo di carta a Potenza, la vera partita si gioca nelle comunità che lottano per non scomparire dalla mappa dei diritti fondamentali.

Insomma, cari Red-pinguini, mentre l’assessore Latronico ci assicura solennemente che nessuna struttura verrà chiusa, a Senise si riuniscono per capire come evitare che il nostro diritto alla salute venga definitivamente liquidato, dimostrando che l’unica cosa che rischia davvero di chiudere in questa regione è la fiducia dei cittadini verso chi dovrebbe curarli.

Ciauz e alla prossima

Di Admin