Cari Red-pinguini, se stanotte sentite uno strano odore salire dai marciapiedi, mettetevi l’animo in pace: è solo la solita routine dei rifiuti lucani che si ripete.
Puntuale come un treno guasto. Sabato e lunedì niente svuotamento del bidone dell’umido. Tutti i sacchetti lasciati fuori al caldo, a fare compagnia ai gatti randagi.
Le notizie rimbalzano sui giornali locali e sulla Rai con i soliti toni allarmati: quattro comuni del Basento Nord – Avigliano, Pietragalla, Ruoti e Vaglio – si sono ritrovati da un’ora all’altra con il servizio paralizzato. Il motivo? L’impianto AMA di Atella, in Contrada Cafaro, ha chiuso i cancelli. Niente conferimenti, niente camion dentro la pesa. Stop totale, senza uno straccio di preavviso per le ditte di igiene urbana.
La dinamica è sempre la stessa. Chiunque lavori con sistemi complessi o con la gestione logistica lo sa: senza una via d’uscita alternativa pronta all’uso, il castello crolla al primo intoppo. Qui la riserva non esiste. Mai vista. L’impianto di Atella è una piattaforma pubblica, di proprietà del Comune di Atella, che la programmazione d’ambito ha caricato del compito di gestire i flussi di mezza provincia. Sulla carta fa selezione, compostaggio dell’organico e smaltimento degli scarti nella vasca di servizio. Tutto lineare, almeno fino a quando le cose non vanno storte.
Perché poi i capannoni si riempiono, le linee di trattamento rallentano e la discarica di appoggio si ritrova al limite dello spazio autorizzato.
A quel punto la direzione tecnica non ha margine di manovra: se continuano a entrare camion si sforano i limiti di legge e scattano le sanzioni ambientali. Che si fa? Si tira giù la sbarra, si avvisa a cose già fatte e si lasciano gli operatori ecologici per strada coi mezzi carichi. Punto.
La reazione delle amministrazioni locali è automatica. Lettere di fuoco ai giornali, invocazione della salute pubblica, incontri a Potenza negli uffici regionali per chiedere soluzioni rapide. Il copione prevede facce preoccupate, rassicurazioni verbali, promesse di interventi tampone e tutti a casa in attesa della prossima riapertura. Nessuno che affronti il nodo materiale della faccenda: la capacità reale degli impianti non basta per i volumi che produciamo ogni giorno.
E qui casca l’asino, perché la vera discriminante di questo collasso perenne non è nei macchinari. Sta tutta nella vigliaccheria di una classe dirigente paralizzata dal terrore viscerale di perdere mezzo voto alle prossime elezioni.
Paura pura. Panico da cabina elettorale.
Da noi nessuno ha il fegato di prendere una decisione impopolare o di metterci la faccia. Appena si ipotizza di allargare un polo esistente, di modernizzare una linea o di realizzare un nuovo impianto industriale che risolverebbe il problema una volta per tutte, i primi cittadini e gli eletti regionali si dileguano come neve al sole.
Temono la nascita del comitato di turno, lo striscione sul balcone della frazione, i cinquanta voti di preferenza che potrebbero ballare alla prossima tornata. Così si sceglie la via più comoda e indecente: far finta che il problema non esista, lasciare che le strutture scoppino e poi fare la faccia indignata sui giornali quando l’impianto chiude. È molto più facile scaricare la colpa su Atella o sulla Regione piuttosto che spiegare agli elettori che la spazzatura va gestita con opere concrete e non con i buoni sentimenti.

Proprio in mezzo a questa farsa grottesca è nato un nuovo compagno di viaggio che da oggi farà parte della nostra ciurma sul blog: vi presento ufficialmente Don Fermentino.
Guardatelo bene: occhiali scuri da vacanziero perenne, sorriso sornione a trentadue denti di chi sa perfettamente che non pagherà mai il biglietto, seduto con le braccia conserte su una valigia in cuoio vintage con etichetta di sola andata PZ – TA e ricoperta di adesivi turistici di mezza Puglia e Calabria. Sarà la nostra spalla fissa per commentare i disastri della pubblica amministrazione. Don Fermentino è, nei fatti, il lucano più cosmopolita della regione: non certo per sua scelta culturale, ma per manifesta incapacità impiantistica. Viaggia più lui a spese della nostra TARI di qualsiasi pendolare costretto a prendere le FAL. Il suo motto ricorrente dice già tutto: «Oggi a Ruoti, domani a Taranto, dopodomani… paga Pantalone!».
La sua presenza racconta la solita beffa.
Da anni ci viene chiesto di separare la buccia di mela dal cartone con la precisione di un orologiaio. Rispettiamo gli orari, compriamo i sacchetti giusti, teniamo i bidoncini sul balcone. Poi, al primo ingorgo tecnico della filiera, l’organico resta fermo sui marciapiedi a fermentare. E la conseguenza economica arriva con la logistica: se i camion non possono scaricare ad Atella, prima o poi dovranno partire per la Puglia o per la Calabria, perché da qualche parte questa roba deve finire. Centinaia di chilometri su asfalto, tonnellate di carburante consumato, tariffe extra pagate a ditte terze. Soldi che, senza alcuna sorpresa, si ritrovano spalmati pari pari nelle voci della bolletta TARI dell’anno successivo. Il servizio salta, il cittadino paga di più.
Basta allargare lo sguardo per capire che non si tratta di un caso isolato. In Basilicata il circuito dei rifiuti viaggia costantemente sul filo del rasoio. Lauria e la discarica di Carpineto hanno una storia infinita di blocchi e proroghe; Matera con Borgo La Martella si porta dietro anni di contenziosi e bonifiche complesse; la zona del Vulture, tra Venosa e Lavello, ha visto a più riprese impianti fermi per manutenzioni straordinarie e proteste per i miasmi. Basta che una singola rotella dell’ingranaggio si inceppi perché l’intera provincia vada in tilt.
Non è una questione di sfortuna, ma di scelte che nessuno osa compiere per non disturbare i bacini elettorali. In molti territori del centro e del nord Italia, così come nel resto d’Europa, l’organico non viene semplicemente ammassato in capannoni sperando che i biofiltri reggano l’impatto degli odori. Si usano digestori anaerobici a tenuta stagna. L’aria non esce, i residenti non sentono nulla e il processo biologico genera biometano pronto per la rete o per alimentare gli stessi autocompattatori della raccolta.
Il residuo solido diventa ammendante per l’agricoltura. Per gli scarti non riciclabili, invece di scavare buche destinate a riempirsi in fretta, si punta su impianti di valorizzazione termica con filtrazione spinta, capaci di scaldare quartieri interi come accade da decenni a Brescia o Bolzano, lasciando alla discarica solo una percentuale minima di scorie inerti.
Per realizzare opere del genere serve però il coraggio di governare e di spiegare le cose in modo chiaro, senza piegarsi al primo mugugno di cortile. Chi abita vicino a un impianto moderno deve avere garanzie ferree: centraline con monitoraggi visibili a tutti in tempo reale, contratti con penali pesantissime per i gestori che non rispettano le regole e sconti tangibili sulle tariffe per chi ospita la struttura. Ma se chi siede nelle stanze dei bottoni pensa solo a blindare la propria paghetta consiliare e a non scontentare nessuno, il risultato resterà sempre lo stesso: marciapiedi bloccati, costi alle stelle e la solita passerella di indignati speciali.
Insomma, cari Red-pinguini, finché la priorità di chi ci amministra sarà contare le preferenze invece delle tonnellate smaltite, tenetevi pure l’umido sotto casa e salutatemi Don Fermentino sul marciapiede: ci vuole molto più coraggio a farsi carico di un impianto moderno che a farsi scivolare addosso la puzza dei propri fallimenti elettorali.
Ciauz e alla prossima