Cari Red-pinguini, ci stanno spolpando vivi e pretendono pure che ringraziamo con un inchino.
Non c’è altro modo per dirlo. Nessun giro di parole, nessuna pietà per chi fa finta di non capire: siamo tornati dritti al feudalesimo più becero, quello in cui la corte romana allunga le mani sul nostro territorio mentre a Potenza i signorotti locali abbassano la testa ed esigono il dazio sui malati.

È una tenaglia perfetta, chirurgica. Da una parte ti sfilano il terreno da sotto i piedi per alimentare i serbatoi di mezza penisola, dall’altra ti presentano il conto alla cassa della farmacia se osi tossire. Una rapina legalizzata. Tutto qui.

Guardate cosa ha partorito Palazzo Chigi con l’ultimo decreto legge contro il caro carburanti. Venduto ai telegiornali come l’ennesima elemosina per gli automobilisti — la gloriosa proroga dello sconto sulle accise sul gasolio fino al 17 settembre, briciole per tener buoni gli animi — nascondeva la trappola. Un ricatto bell’e buono. Nel testo c’è scritto chiaro e tondo: la Basilicata viene blindata per nuove trivellazioni, e se la Regione si permette di temporeggiare, se fa storie, se accampa dubbi o mostra un minimo di resistenza burocratica, scatta il commissariamento d’ufficio. Inerzia regionale? Fuori dai piedi: Roma nomina il suo uomo e firma le concessioni. Diretto. Senza appello.
Se qualcuno blocca il flusso dei dati in una linea di trasmissione, l’amministratore di rete bypassa il nodo e forza il passaggio. Ecco, per il governo noi siamo esattamente quel nodo guasto: un tubo di plastica da forzare per far scorrere greggio a comando, non una comunità di persone in carne e ossa. Altro che autonomia differenziata, quella storiella buona per i cartelloni elettorali al Nord. Qui vige la legge marziale energetica. Obbedire, tacere, pompare.
E davanti a questo schiaffo in pieno volto, cosa fa la politica lucana? La solita commedia dell’arte, patetica e stantia. Salta su il capogruppo regionale del Pd a gridare allo scandalo, invocando il rispetto della Costituzione, parlando di toni inaccettabili della premier Meloni e di offesa al popolo lucano.

Ma fatemi il piacere.

Dove eravate quando questo sistema di dipendenza veniva costruito mattone su mattone, concessione su concessione, accordo al ribasso dopo accordo al ribasso? Adesso si scoprono fieri difensori dell’orgoglio regionale. Adesso che non toccano palla. La verità è che il governo centrale calpesta questa terra semplicemente perché sa di poterlo fare impunemente. Sa che la catena di comando locale è debole, divisa, perennemente con il cappello in mano a mendicare qualche briciola di compensazione ambientale o un pugno di assunzioni temporanee.

I toni sono inaccettabili? No, è la realtà a essere inaccettabile.
E mentre a Roma ci trattano da protettorato estrattivo senza diritto di replica, qui a Potenza la Giunta regionale dimostra tutto il suo coraggio da leoni… infierendo contro chi non può difendersi. Negli stessi identici giorni in cui si consuma il diktat sulle trivelle, scoppia la bomba della nuova delibera sul ticket farmaceutico regionale. Una stangata silenziosa, un prelievo forzoso sulle medicine. Sindacati e opposizioni adesso strepitano, chiedono il ritiro immediato del provvedimento prima della seduta straordinaria del consiglio regionale fissata per il 18 settembre. Ma vi rendete conto dell’orrore logico?
Istituzioni incapaci di battere un pugno sul tavolo contro i colossi petroliferi che estraggono miliardi dal nostro sottosuolo, ma prontissime a ripianare i buchi di bilancio della sanità tassando le ricette mediche ai pensionati e ai cronici. Questo non è governo del territorio, è vigliaccheria amministrativa. Funziona sempre così: si piega la schiena davanti ai potenti e si fa la voce grossa con la povera gente che fa la fila col numero in mano per una scatola di pillole per la pressione.
Siamo la regione che garantisce la quota più alta di idrocarburi a livello nazionale.

Abbiamo accettato l’impatto degli impianti, le fiammate nei cieli della Val d’Agri, l’ansia costante per le falde acquifere, lo spopolamento dei nostri paesi interni che si svuotano giorno dopo giorno mentre i giovani scappano altrove perché qui non c’è altro lavoro se non l’indotto precario dei pozzi. Ci avevano promesso che il petrolio sarebbe stato la redenzione, che saremmo diventati la Svizzera del Sud, che le royalties avrebbero garantito servizi da favola, trasporti moderni, ospedali all’avanguardia.

Guardatevi attorno. Strade provinciali che franano a ogni temporale. Ferrovie da terzo mondo. E una sanità pubblica ridotta a uno scheletro, dove per una visita specialistica tocca fare i pellegrinaggi a Bari o a Napoli oppure rassegnarsi a pagare le cliniche private. E adesso, ciliegina sulla torta, se ti ammali paghi pure il sovrapprezzo sul farmaco. Ti avvelenano l’aria e poi ti mettono la tassa sul broncodilatatore. Nemmeno il più cinico sceneggiatore distopico avrebbe osato tanto.
A Roma sanno benissimo che se imponessero una clausola di commissariamento del genere a una regione del Nord, i governatori scenderebbero in piazza con le fasce tricolori bloccando le autostrade. Qui invece no. Qui si firma un decreto che ci equipara a una cava a cielo aperto, e il massimo della resistenza è un comunicato stampa di indignazione istituzionale o un rimpallo di colpe tra partiti che dicono tutti la stessa cosa a parti invertite. Quando governano loro il petrolio è “risorsa strategica per la crescita”, quando governano gli altri diventa “sopruso fascista contro i lucani”. Cambiano i burattinai, la marionetta resta sempre la stessa. E la corda al collo si stringe ogni giorno di più.
Il 18 settembre ci sarà questa seduta straordinaria. Sentiremo i soliti discorsi infarciti di retorica, gli appelli all’unità, le accuse incrociate su chi ha firmato i protocolli vent’anni fa e chi ha sforato i tetti di spesa sanitaria ieri l’altro. Tutta fuffa per distrarre i cittadini mentre i giochi sono già chiusi. La delibera sui ticket forse la limeranno di qualche centesimo per far gridare alla vittoria sindacale, ma il principio resterà intatto: i soldi mancano e dovete cacciarli voi. E sul fronte trivelle calerà il solito silenzio d’ordinanza, perché sfidare il governo Meloni sul commissariamento significherebbe rischiare le proprie carriere politiche a livello nazionale. Meglio sacrificare la Basilicata. Tanto a chi importa di cinquecentomila anime sparse tra i calanchi e le montagne?
Io mi sono rotto le scatole. Mi sono stancato della rassegnazione apatica con cui accettiamo ogni singola imposizione, come se fosse un destino biblico e non una serie di scelte politiche criminali fatte da persone con nomi, cognomi e stipendi d’oro pagati dalle nostre tasse. Dobbiamo iniziare a chiamare le cose con il loro nome: questa non è politica energetica, è estorsione; questa non è gestione sanitaria, è macelleria sociale.
Insomma, cari Red-pinguini, prepariamoci a salutare l’ennesima stagione di grandi promesse: il petrolio se lo prendono loro con le buone o con le cattive, a noi lasciano il fumo e, già che ci sono, ci fanno pagare pure il conto salato dello sciroppo per non tossire.
Ciauz e alla prossima

Di Admin