
Cari Red-pinguini, qui si continua a mungere la terra e a raccontare favole alla gente.
Siamo sempre alle solite. Da queste parti l’aria profuma di zolfo e promesse elettorali da decenni, ma in questi giorni il teatro dell’assurdo ha raggiunto vette da applausi a scena aperta.
Roma sforna un decreto legge, a Potenza qualcuno suda freddo per non perdere la faccia, e subito scatta il solito riflesso condizionato: la grancassa della propaganda.
La trama è talmente prevedibile che ormai non fa nemmeno più arrabbiare, solo sorridere amaramente. Funziona così. Il governo fa una mossa che puzza di accentramento lontano un miglio — roba da farti capire al volo chi comanda e chi invece deve solo starsene zitto a guardare le trivelle — e i nostri governanti regionali, presi in contropiede, che fanno? Si mettono sull’attenti. Poi, cinque minuti dopo, escono trionfanti davanti ai microfoni a spiegarci che hanno vinto loro. Hanno difeso il fortino. Hanno ottenuto le garanzie.
Addirittura ci spiegano, senza arrossire minimamente, che è stata finalmente «riconosciuta la sovranità ambientale della Basilicata». Sovranità ambientale. Sentite il suono?
Rimbomba bene nei comunicati stampa. Fa curriculum, riempie la bocca. Mongiello e Cupparo cantano vittoria all’unisono, felici come pasque perché da Roma gli avrebbero dato una carezza sulla testa promettendo di fare i bravi. Peccato che tradotto in lingua umana significhi semplicemente questo: decidono tutto loro nella capitale, e noi firmiamo le ricevute. Un grande classico. Ti espropriano il cortile di casa ma ti lasciano decidere il colore delle transenne che recintano il cantiere, e tu corri a festeggiare al bar dicendo che il quartiere ti rispetta.
A dargli corda, poi, è sceso in campo il tandem pesante. Bardi e il ministro Pichetto Fratin che rilasciano dichiarazioni congiunte per spegnere l’incendio sul nascere. Il ritornello è sempre lo stesso: «polemiche pretestuose dell’opposizione». Guai a fare due domande, guai a sollevare un dubbio legittimo. Siete pretestuosi. State rovinando il clima di festa. E via con la litania rassicurante: state sereni, i tetti di estrazione non si toccano, restano fermi i limiti previsti dai vecchi protocolli, nessun aumento all’orizzonte.
Pero’, che capolavoro di retorica.
Nessun aumento. Ce lo vendono come una concessione generosa, quasi un atto di misericordia calato dall’alto. Come dire: vi stiamo già spremendo come limoni da trent’anni, ma ehi, guardate quanto siamo buoni, oggi non spremeremo più forte del solito. Un sospiro di sollievo pagato a caro prezzo. Perché mentre il ministro ti dà la pacca sulla spalla e il governatore annuisce compiacente, la realtà materiale delle valli lucane rimane esattamente quella che è sempre stata: un distretto minerario a cielo aperto.
E qui arriva Cupparo con la perla definitiva. Adesso, dice lui, ci sarà la vera svolta per «lavoro e sviluppo».
Stiamo parlando di un disco rotto che gira dai tempi in cui si usavano i telefoni a gettone e le macchine andavano a benzina rossa. Sono passati decenni dai primi pozzi in Val d’Agri, poi è arrivata Tempa Rossa, e ogni singolo assessore passato per quei palazzi ha promesso la stessa identica chimera: l’indotto magico, i posti di lavoro che pioveranno dal cielo, il riscatto economico di una terra condannata allo spopolamento. Se andate a rileggere le dichiarazioni di vent’anni fa, le parole sono le stesse, identiche spiccicate. Lo sviluppo. Il benessere. La rinascita.
Nel frattempo i paesi si svuotano, i giovani prendono il treno senza biglietto di ritorno e le uniche cose che restano ben salde sul territorio sono i tubi d’acciaio, le fiammate notturne e i camion che fanno la spola sulle nostre strade dissestate. Un affare d’oro, insomma.
Ma il pezzo forte del circo, la vera contraddizione che fa crollare l’intero castello di carte, è un’altra. Bisogna allargare lo sguardo oltre i confini del feudo regionale e guardare dove va a finire quella roba scura che esce dal fango di casa nostra.
Da mesi il copione nazionale parla chiaro, a reti unificate: dobbiamo raggiungere la «sovranità energetica». Dobbiamo essere indipendenti, difendere i nostri confini, produrre in casa quello che ci serve per mandare avanti le nostre case e le nostre fabbriche. Il petrolio lucano viene sbandierato come una risorsa patriottica, il sacrificio necessario che la Basilicata compie per la gloria e l’autonomia dell’Italia intera. Ci dicono che senza quel greggio l’economia nazionale si fermerebbe, che dobbiamo essere fieri di dare il nostro contributo al benessere collettivo.
Bello, commovente. Quasi eroico.
Poi però vai a guardare la rotta reale di quel petrolio. Segui il percorso delle tubature, arrivi al terminale della raffineria di Taranto e cosa trovi? Navi cisterne. Petroliere giganti ormeggiate alla banchina, pronte a fare il pieno di greggio e prodotti raffinati per salpare verso l’estero (a questo proposito vi invito a leggere “Petrolio lucano, il grande inganno dell’export di greggio e raffinato all’estero” a firma di Pietro Simonetti, pubblicata oggi su Basilicata24)
L’estero. Avete capito benissimo.
Altro che fabbriche del Nord o riscaldamento delle famiglie italiane. Gran parte di quella roba viene semplicemente imbarcata e venduta sui mercati internazionali al miglior offerente. Perché alle compagnie petrolifere della nostra sovranità energetica non importa un fico secco, com’è ovvio che sia.
Le multinazionali dell’oro nero non fanno beneficenza, non combattono per la patria e non hanno a cuore la bolletta della signora Maria di Ferrandina o di Viggiano. Fanno profitto. Se conviene spedire il greggio oltreconfine perché il barile rende di più da un’altra parte, il greggio parte. Istantaneamente. Senza nemmeno passare dal via.
Ecco la vera farsa. A noi lasciano i fanghi di perforazione, il monitoraggio delle acque con i protocolli d’intesa firmati davanti ai fotografi, e l’orgoglio peloso di non aver subito un aumento formale dei tetti di estrazione. Alle multinazionali restano i dividendi miliardari, comodamente impacchettati e spediti oltreoceano.
A Roma possono continuare a farsi belli sbandierando l’autarchia energetica nelle dirette televisive della domenica, mentre a Potenza i nostri rappresentanti possono continuare a vendersi l’illusione di essere protagonisti del proprio destino, esibendo le rassicurazioni del ministero come fossero medaglie al valore. Ognuno recita la sua parte nella commedia. C’è chi incassa i quattrini, chi raccoglie una manciata di voti alle prossime amministrative, e chi si prende il fumo.
Noi, manco a dirlo, siamo sempre quelli che respirano il fumo.
Insomma, cari Red-pinguini, mentre a Roma cantano l’inno alla sovranità nazionale e a Potenza brindano alla «sovranità ambientale», il petrolio lucano prende il largo per l’estero e a noi restano solo le trivelle in giardino e la certezza che, al prossimo giro, ci racconteranno che la svolta per il lavoro è davvero dietro l’angolo.
Ciauz e alla prossima boccata di fumo…