L’Ateneo lucano celebra 24 docenti nel ranking Stanford-Elsevier. Ma dietro l’annuncio trionfale ci sono numeri ordinari, la dittatura del “Publish or Perish” e un paradosso drammatico: l’80% dei giovani lucani continua a scappare altrove.

Un classico di ogni autunno accademico: il comunicato stampa trionfale della governance di ateneo che celebra il proprio posto nell’élite della scienza globale. L’Università degli Studi della Basilicata ha annunciato con enfasi la presenza di 24 propri docenti nella classifica internazionale Stanford–Elsevier 2026, che individua il cosiddetto “World’s Top 2% Scientists” per impatto citazionale.

«Un riconoscimento della qualità del lavoro svolto quotidianamente nei nostri laboratori», ha dichiarato il Rettore Fabrizio Caccavale, promuovendo l’immagine di un’università di avanguardia mondiale.

Ma ad un’analisi appena più rigorosa dei numeri e dei meccanismi della valutazione accademica, l’annuncio rivela i tratti tipici del cherry picking promozionale e dell’auto-assoluzione burocratica.

La fisica dei numeri: di quale “eccellenza” parliamo?

I titoli ad effetto evocano una ristrettissima élite globale. Ma qual è la proporzione reale sul corpo docente dell’UniBas e cosa significa davvero quel “2%”?

  1. Il 7% dell’Ateneo: Considerato che l’organico strutturato dell’UniBas conta circa 330 tra professori di ruolo e ricercatori, 24 studiosi rappresentano appena il 7,3% del corpo docente. Se si passa alla graduatoria riferita all’intera carriera (18 studiosi), la percentuale scende al 5,4%. Una presenza fisiologica per qualsiasi università statale media o piccola italiana, non un record straordinario.
  2. La folla del Top 2%: Il database mondiale Scopus gestisce oltre 9 milioni di profili scientifici. Farsi strada nel “Top 2%” significa far parte di un “club” sterminato che conta oltre 190.000 ricercatori nel mondo e diverse migliaia solo in Italia. Non a caso, quasi ogni università italiana – da Milano a Reggio Calabria – pubblica ogni anno un comunicato fotocopia celebrando i propri 20, 40 o 100 “Top Scientists”.

La tirannia del “Publish or Perish” e la Terza Missione mancata

Il ranking Stanford-Elsevier si basa esclusivamente su indicatori bibliometrici del database Scopus: numero di articoli pubblicati, citazioni ricevute, h-index e co-autorie. È l’espressione più pura della logica del Publish or Perish (“pubblica o muori”): un sistema che incentiva la velocità di produzione cartacea e il citazionismo incrociato tra gruppi di ricerca.

Il punto critico è la totale disconnessione tra le citazioni accademiche e l’impatto reale sul territorio:

L’algoritmo misura quante volte un lavoro teorico viene citato su riviste specializzate, non se quel lavoro ha prodotto un brevetto industriale, uno spin-off o un’innovazione per la Basilicata.

Un gruppo di ricerca può accumulare decine di articoli e citazioni sui modelli di analisi ambientale o strutturale mentre sul campo le infrastrutture locali soffrono: dai laboratori quasi mai utilizzati per intere campagne in trent’anni, ai progetti urbani privi di applicazione reale, fino alle recenti crisi gestionali e idriche che hanno paralizzato la regione nell’indifferenza dell’informazione scientifica.

Il verdetto degli studenti: la fuga dell’80%

Mentre la comunicazione d’Ateneo festeggia i piazzamenti bibliometrici con l’hashtag #IlTuoViaggioIniziaQui, gli studenti e le famiglie lucane rispondono con i dati reali della mobilità universitaria.

Come certificano i rapporti della Banca d’Italia, l’80% dei diplomati della Basilicata che sceglie di iscriversi all’università decide di farlo fuori regione, preferendo altri atenei e facoltà d’ingegneria del Centro-Nord. Il bacino giovanile regionale continua a subire un’erosione annua vicina al 2,7%.

Se la ricerca dell’UniBas fosse davvero il motore di attrazione globale descritto nei comunicati, le aule si riempirebbero di studenti da tutta Italia. La realtà racconta che mentre la carta scientifica appare nei ranking di citazione, le aule e il territorio continuano a svuotarsi.

Forse è arrivato il momento di misurare la qualità di un’università non soltanto sulle citazioni che i docenti si scambiano tra loro sulle riviste di settore, ma sulla sua capacità reale di creare sviluppo, lavoro qualificatosi e motivi validi per spingere i giovani lucani a restare.

Occorre anche informare sui dati concreti degli iscritti dell’anno accademico 2025/26

e definire con una proposta ed una conferenza regionale  programmatica per l’effettivo rilancio dell’Ateneo.

Cseres

Pietro Simonetti