Gli Stati Uniti d’America continuano a presentarsi al mondo come “la patria della libertà”. Ma di quale libertà parliamo? Quella di invadere Paesi sovrani, bombardare a piacimento, interferire negli equilibri regionali e sostenere governi che violano sistematicamente i diritti umani? O forse la libertà di scegliere chi può vivere e chi deve essere sacrificato sull’altare della geopolitica?

Il recente bombardamento in territorio iraniano, ordinato da Washington con il pretesto di “rafforzare la sicurezza di Israele”, è solo l’ultimo atto di un copione già visto e riscritto infinite volte. Ma stavolta c’è qualcosa di più: questa azione appare per ciò che realmente è — un tentativo maldestro di distogliere l’attenzione dal vero crimine che si sta consumando sotto gli occhi del mondo intero, a Gaza.

Israele ha mostrato ancora una volta di non essere in grado — o peggio, di non avere alcun interesse — a gestire pacificamente le tensioni con l’Iran. Proprio come un bambino capriccioso che, non riuscendo a risolvere da solo una lite, corre a chiamare il fratello più grande, più forte, più aggressivo. E il fratello, ovviamente, risponde. Non importa se il gesto sarà distruttivo. Non importa se a pagarne le conseguenze saranno milioni di innocenti. Non importa se si tratta di un’altra palese violazione del diritto internazionale.

Quel che conta è riaffermare un equilibrio costruito sulla forza, sulla prepotenza, sull’imposizione unilaterale del “proprio ordine”. L’America non si limita più a fare da garante: si fa braccio armato, esecutore, attore principale in una guerra non sua.

Ma perché proprio ora questo attacco all’Iran? La risposta è semplice e inquietante: serve a spostare lo sguardo del mondo da Gaza, dove Israele continua a portare avanti una brutale campagna militare che ha tutti i tratti di un vero e proprio genocidio.

Con oltre 35.000 morti civili, centinaia di migliaia di sfollati e una popolazione privata di acqua, elettricità, cibo e cure mediche, Gaza è oggi il simbolo vivente della vergogna dell’Occidente. Ma mentre cresce la pressione internazionale, mentre aumentano le proteste, Israele cambia scena. E lo fa nel modo più antico e codardo: attaccando un nuovo nemico, per costruire un nuovo nemico comune.

Così, l’Iran torna utile. E l’America coglie l’occasione per rispolverare la narrativa dell’“Asse del Male”, quella che ha già giustificato due decenni di guerra e milioni di morti. Un cortocircuito mediatico perfetto: Gaza sparisce dai titoli, la tragedia viene declassata a “sfondo”, e il nuovo spettacolo bellico prende il centro della scena.

E mentre il mondo arabo insorge, mentre le piazze si riempiono di voci che chiedono giustizia, l’Europa tace. Una comunità europea sempre più afona, sempre più lontana dai propri ideali fondativi. Nessuna presa di posizione forte. Nessuna condanna. Nessun atto diplomatico concreto. Solo parole di circostanza, fredde dichiarazioni “equidistanti” che si traducono in una complicità di fatto.

In questo silenzio assordante, spicca l’atteggiamento servile del governo italiano, incapace perfino di esprimere una posizione autonoma. Un’Italia che ha rinunciato a ogni dignità diplomatica, schiacciata sotto il peso dell’“atlantismo cieco”, che non distingue più tra alleanza e sudditanza.

Dove sono finite le grandi parole sulla pace? Dove sono le promesse di equidistanza, di equità, di mediazione? Il nostro Paese, storicamente ponte tra l’Occidente e il Mediterraneo, si è trasformato in un megafono stanco delle posizioni statunitensi e israeliane, anche quando queste contraddicono apertamente il diritto internazionale e i diritti umani.

Questo attacco all’Iran, sebbene per ora limitato, è un atto di guerra. E come tale rischia di trascinare l’intera regione — e forse il mondo — in una spirale senza ritorno. L’Iran non è un Paese isolato, e non è disposto ad accettare passivamente questa provocazione. Il pericolo di una reazione a catena è reale: dagli Houthi nello Yemen agli Hezbollah in Libano, fino al coinvolgimento (diretto o indiretto) di attori globali come Russia e Cina.

Parliamo di una delle aree più sensibili e instabili del pianeta, già segnata da guerre infinite, interessi incrociati e profonde fratture settarie. Ogni scintilla può diventare incendio. Ogni errore può trasformarsi in catastrofe.

Ci resta allora una domanda, tanto semplice quanto cruciale: chi difende davvero la libertà oggi?

Non certo chi bombarda a piacimento. Non chi reprime con la forza ogni voce dissidente. Non chi appoggia governi accusati di crimini contro l’umanità. La libertà non si difende con i droni, con le bombe, con le invasioni. La libertà si difende con la giustizia, con la coerenza, con la pace.

E allora forse è il caso di riscrivere alcune etichette. Di smettere di chiamare “patria della libertà” chi ormai rappresenta solo l’arroganza della forza. Di smettere di chiamare “difesa” ciò che è solo prevaricazione. Di smettere di essere complici, anche con il silenzio.

Oggi, stare in silenzio equivale a schierarsi. Ogni parola non detta è una pietra sul sepolcro della diplomazia. Ogni omissione è un segnale di complicità.

È tempo che l’opinione pubblica alzi la voce. Che i giornali raccontino davvero ciò che accade. Che le istituzioni europee si scrollino di dosso la paura. Che l’Italia ritrovi una propria identità autonoma. Perché questa guerra, come tutte le guerre, non ci riguarda solo quando arrivano i profughi o aumentano i prezzi del gas. Ci riguarda ora. Qui. Perché è in gioco la credibilità stessa dell’Occidente.

Ciauz Red-Pinguini… speriamo di non cadere nel baratro!

Di Admin