Migliaia di morti, ospedali distrutti, bambini senza più genitori, fame, sete, malattie. Eppure l’Europa tace. L’Italia tace. Anzi: restano prudenti, misurati, “equilibrati”. Nessuna condanna chiara e netta contro la carneficina che da mesi devasta Gaza. Ma poi, finalmente, una condanna arriva: quando un raid israeliano colpisce una chiesa cattolica.
Come se solo allora la morte avesse valore. Come se fosse necessario un colpo ai simboli dell’identità occidentale perché l’indignazione prendesse voce.

Fino a pochi giorni fa, la linea dei governi europei era invariata: “inviti alla moderazione”, “diritto alla difesa”, “equilibrio”. Nessuna parola chiara sul bombardamento di campi profughi, sulla distruzione sistematica di ospedali, sulla fame come arma. Nessuna reazione, nemmeno davanti ai quasi 60.000 morti palestinesi, certificati da fonti ONU e ONG indipendenti.
Poi, il 17 luglio 2025, l’aviazione israeliana colpisce il compound della Chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, rifugio di centinaia di sfollati cristiani e musulmani. Risultato: 3 morti, tra cui due disabili, e 10 feriti gravi, tra cui un sacerdote argentino.
È solo allora che il governo italiano rompe il silenzio. La premier Meloni definisce l’attacco “intollerabile”. L’Unione Europea “chiede spiegazioni”.

Una condanna che grida vendetta al cielo. Non perché sia sbagliata, ma perché arriva solo ora. Solo quando l’Occidente è toccato, simbolicamente. E non prima, non per i bambini bruciati vivi a Rafah, non per i neonati senza incubatrici, non per i civili colpiti in fila per un pezzo di pane.

I numeri di una catastrofe ignorata

Parlano i dati ufficiali. Non propaganda, ma rapporti verificati di ONU, OMS e ONG internazionali:

  • Secondo l’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari (OCHA), oltre 59.000 palestinesi sono stati uccisi tra ottobre 2023 e luglio 2025.

  • Di questi, circa il 70% sono donne e bambini, secondo una stima congiunta con l’OMS e il ministero della salute di Gaza.

  • L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato più di 300 attacchi a strutture sanitarie, compresi ospedali pediatrici e cliniche di emergenza.

  • Circa 1,9 milioni di persone sono state sfollate — quasi tutta la popolazione di Gaza.

  • Secondo UNICEF, almeno 17.000 bambini sono orfani o separati dalle famiglie.

  • Secondo UNRWA, 875 persone sono state uccise tra maggio e luglio 2025 mentre cercavano di ricevere aiuti alimentari.

  • L’indice di mortalità infantile è salito a livelli senza precedenti nella regione.

Davanti a questi dati, l’Europa non ha trovato la forza politica, morale o diplomatica di prendere posizione. Nessuna condanna concreta, nessuna azione di embargo, nessuna pressione reale. Solo dichiarazioni tiepide, quando non apertamente schierate con “il diritto di Israele a difendersi”.

L’attacco alla chiesa è un crimine, su questo non c’è dubbio. Ma è un crimine tra tanti altri, forse meno efferato di altri già commessi. Tuttavia, solo questo ha suscitato sdegno istituzionale. Perché una chiesa colpita vale più di 10 ospedali bombardati? Perché un sacerdote ferito vale più di 800 bambini mutilati?

La risposta è semplice e inquietante: indignazione selettiva. La sofferenza ci tocca solo quando ci somiglia, quando ha i nostri simboli, la nostra religione, i nostri riferimenti culturali. Il dolore “degli altri” è distante, astratto, sopportabile.

Questa è una forma di razzismo morale, difficile da ammettere, ma evidente nei fatti. Non è solo un problema di comunicazione: è una questione di valutazione gerarchica della vita umana. E chi tace, o si indigna solo “quando conviene”, diventa complice.

Ma c’è anche di peggio. L’Europa non è solo ipocrita: è codarda. Ha rinunciato a ogni autonomia diplomatica, a ogni capacità di intervento. Non esiste più una voce europea in politica estera: tutto è subordinato agli interessi strategici di Washington.

Gli Stati Uniti sono il principale alleato, fornitore e scudo diplomatico di Israele. E l’UE — che potrebbe condizionare miliardi in aiuti economici, commerciare, negoziare, esigere — preferisce piegarsi. Non disturbare. Non disobbedire.

Anche l’Italia segue questa linea. Il governo attuale, pur pronto a difendere la cristianità quando serve nei talk show, ha completamente rinunciato alla dignità diplomatica. Fatta eccezione per qualche dichiarazione tardiva, non ha promosso né sanzioni, né interruzione di accordi militari, né appoggio reale a risoluzioni ONU.

In questo deserto morale, si leva però una voce italiana che parla chiaro: quella di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati. Le sue denunce — documentate, puntuali, scomode — sono un atto di coraggio che l’Europa rifiuta di ascoltare.

In più occasioni, Albanese ha parlato apertamente di “atti che possono costituire genocidio”, denunciando l’impunità sistematica di Israele e l’acquiescenza complice degli alleati occidentali, UE inclusa. Ha chiesto indagini internazionali indipendenti, appello all’ICC (Corte Penale Internazionale), e ha documentato con precisione l’uso sproporzionato della forza contro i civili.

Il paradosso è che una funzionaria ONU italiana ha più coraggio del governo italiano stesso. Eppure i media mainstream e la politica nostrana la ignorano, quando non la screditano. Perché la verità, quando è troppo chiara, fa paura.

Una cosa è certa: non si può più parlare di valori universali, di diritti umani, di civiltà democratica, se poi questi valori si applicano solo quando conviene, solo quando riguardano “i nostri”.

Quando l’Europa tace davanti a un genocidio in atto, e parla solo se una chiesa viene danneggiata, non ha più alcuna legittimità morale. È un’Europa vigliacca, egoista, succube, che ha scelto la complicità silenziosa pur di non rompere equilibri geopolitici.

E l’Italia? L’Italia ha scelto la via più comoda: quella del servo fedele, che balbetta qualche parola solo quando la pressione mediatica è troppo forte per restare in silenzio.

La questione non è più “chi ha ragione”, ma quante vite possiamo ancora tollerare che vengano annientate prima di trovare il coraggio di parlare. La neutralità, in questo caso, è una menzogna. Chi non condanna è complice. Chi resta equidistante, è già dalla parte del più forte.

L’Europa deve scegliere: o recupera un minimo di dignità e indipendenza, o accetta di essere una potenza senza anima, senza voce, senza valore.

Ma e’ davvero questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli? io non ci sto. Continuero’ a condannare e stare dalla parte di chi non ha voce!

Alla prossima Red-Pinguini

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Di Admin