Cari Red-pinguini,
mettetevi comodi perché la commedia energetica all’italiana ha appena toccato vette di ipocrisia che meritano di essere vivisezionate senza anestesia. Negli ultimi giorni abbiamo assistito al consueto, stucchevole spettacolo pirotecnico della politica nostrana, quello in cui i proclami trionfalistici lanciati dai palchi dei comizi si infrangono rovinosamente contro la dura realtà dei territori sacrificabili. Al centro della scena c’è lei, Giorgia Meloni, che dal palco della festa di Bari ha pensato bene di rispolverare la retorica dell’autarchia energetica, vendendoci l’illusione di un’Italia sovrana e indipendente grazie al ritorno di fiamma per il caro, vecchio greggio e per l’atomo da salotto. Una narrazione muscolare, patriottica quanto volete, che però a poche decine di chilometri di distanza, tra le valli e le colline della Basilicata, ha provocato un terremoto politico immediato e grottesco, fatto di levate di scudi tardive, panico da poltrona e un imbarazzante scaricabarile tra alleati e rivali.

La miccia, del resto, l’aveva accesa la stessa premier appena quarantotto ore prima, quando le agenzie battevano le sue dichiarazioni sull’intenzione esplicita di spalancare le porte all’aumento delle estrazioni di petrolio offshore. Più barili nostrani, più trivelle in mare, meno vincoli burocratici, il tutto condito dall’idea di estendere il modello della ZES Unica all’intero Paese per attrarre capitali e sbloccare investimenti strategici. Sulla carta, per chi mastica la propaganda governativa a colazione, sembra il solito piano geniale per abbattere le bollette e fare la voce grossa sullo scacchiere geopolitico. Ma quando la premier ha preso il microfono a Bari per ribadire che l’energia “nazionale” deve correre su questo binario fossile intrecciato alle promesse futuribili sul nucleare di nuova generazione, il messaggio arrivato alle periferie dell’impero è stato chiaro, brutale e privo di sfumature: il Mezzogiorno deve continuare a fare quello che ha sempre fatto, ovvero fungere da servitù energetica della nazione.

Non appena quelle parole sono rimbalzate oltre i confini pugliesi, in Basilicata si è scatenato il finimondo. E vi confesso che vedere l’opposizione di centrosinistra salire sulle barricate con la bava alla bocca mi fa sorridere amaramente. Tutti improvvisamente scossi da un fremito ambientalista e identitario. I leader lucani del centrosinistra si sono precipitati davanti ai taccuini per gridare al sacrilegio contro Meloni, denunciando la svendita della regione e riscoprendo un orgoglio territoriale che sembra svanire ogni volta che sono loro a governare o a firmare accordi di compensazione con le multinazionali del greggio. Per anni hanno gestito le concessioni della Val d’Agri e di Tempa Rossa, hanno incassato le royalties senza riuscire a trasformare quel fiume di denaro in sviluppo vero, lavoro stabile o servizi sanitari decenti, e adesso si ergono a paladini della terra natia contro la minaccia della nuova invasione delle trivelle. Hanno iniziato a gridare al tradimento, accusando Palazzo Chigi di voler condannare la Basilicata a un eterno ruolo di colonia estrattiva, dimenticando comodamente le proprie impronte digitali sul destino fossile di quella stessa terra.

La protesta ha preso rapidamente la forma di un coro sdegnato, sintetizzato dal monito che ha riempito le prime pagine dei giornali locali: non si prendano decisioni sulla testa dei lucani. Uno slogan nobile, sacrosanto, che chiunque abbia a cuore la dignità dei territori sottoscriverebbe a occhi chiusi. Peccato che suoni come un disco incantato che gira a vuoto da trent’anni. Quando mai, nella storia della Repubblica, Roma o i colossi energetici si sono preoccupati di consultare davvero le comunità locali prima di calare concessioni, autorizzazioni e proroghe dall’alto? Il copione è sempre lo stesso: a Roma si decide la linea strategica nazionale in nome dell’interesse superiore della patria, e alle regioni meridionali tocca pagare il dazio in termini di impatto ambientale, spopolamento e salute pubblica, ricevendo in cambio qualche briciola di compensazione economica che serve perlopiù a finanziare mance elettorali e a placare i malumori dei sindaci locali.

Mentre l’incendio divampava su tutti i media regionali, mettendo in grave imbarazzo la maggioranza che governa la Regione Basilicata, è scattata la proverbiale operazione di pompaggio politico per spegnere le fiamme. A metterci la faccia ci ha pensato Michele Napoli, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio regionale, che è dovuto intervenire d’urgenza per rassicurare gli animi e tentare una spericolata manovra di rettifica. Con una nota stizzita, Napoli ha liquidato le barricate del centrosinistra come “accuse a vuoto”, un banale pretesto dell’opposizione per speculare politicamente sulla pelle dei cittadini. Secondo la versione dei fedelissimi della premier, non esisterebbe alcun piano segreto per moltiplicare le piattaforme terrestri o aumentare le trivelle nei boschi e nei bacini idrici della Basilicata. L’esponente meloniano ha cercato disperatamente di circoscrivere il tiro, spiegando che l’ambizioso programma del governo riguarda le estrazioni offshore, le risorse sommerse nei mari italiani, e una visione d’insieme dell’indipendenza energetica che non toccherebbe gli attuali assetti lucani.

Insomma, la classica toppa peggiore del buco. Perché se da un lato la rassicurazione serve a evitare che gli elettori lucani del centrodestra si sentano traditi dopo aver votato compatti per la coalizione di governo, dall’altro rivela la faglia profonda che separa la retorica romana dalla gestione del consenso locale. Quando Meloni parla a Bari, parla alla platea nazionale, blandisce le lobby industriali, strizza l’occhio ai petrolieri e sventola la bandiera di un’Italia che estrae il proprio petrolio invece di comprarlo all’estero. Ma quando quelle stesse dichiarazioni atterrano nelle cancellerie regionali, i suoi colonnelli sono costretti a fare marcia indietro, a rimpicciolire la portata degli annunci, a giurare sui propri cari che no, la premier non intendeva affatto trivellare il giardino di casa nostra. È il corto circuito perfetto tra il sovranismo energetico da comizio e la sindrome “non nel mio cortile” che attanaglia la sua stessa classe dirigente sul territorio.

E qui casca l’asino, cari amici. Perché se colleghiamo i puntini tra gli annunci di Meloni sul potenziamento dell’offshore, l’estensione del modello ZES Unica per snellire i processi autorizzativi e la pretesa di fare dell’Italia un polo energetico fossile e nucleare, appare evidente quale sia la vera posta in gioco. La ZES Unica estesa a tutto il territorio nazionale non è solo una formula per facilitare le agevolazioni fiscali, ma è il grimaldello ideale per accentrare i poteri decisionali a Roma, scavalcando veti regionali, lungaggini burocratiche e resistenze locali. Quando il governo centrale decide che un’infrastruttura è strategica per la sicurezza nazionale, l’autonomia dei territori va a farsi benedire in un battito di ciglia. Lo scontro lucano di questi giorni non è un semplice battibecco di provincia tra maggioranza e opposizione: è il trailer del film autoritario che vedremo nei prossimi mesi, dove le decisioni sull’ambiente e sul futuro produttivo delle comunità verranno prese nelle stanze ministeriali della capitale, mentre i territori si vedranno recapitare il pacco già confezionato.

La verità che nessuno vuole ammettere, né a destra né a sinistra, è che l’illusione di risolvere i problemi energetici del Paese aumentando le estrazioni di greggio è una truffa intellettuale. I numeri della produzione petrolifera italiana, sia a terra che in mare, rappresentano una goccia insignificante nel mare del nostro fabbisogno quotidiano. Non basteranno cento nuove trivelle nell’Adriatico o nel Canale di Sicilia per abbassare il costo delle nostre bollette né per proteggerci dalle fluttuazioni dei mercati internazionali. L’unico risultato concreto sarà quello di prolungare l’agonia di un modello fossile obsoleto, devastare i nostri ecosistemi marini e terrestri e regalare margini di profitto osceni alle grandi compagnie private, lasciando ai cittadini i soliti rischi ambientali e le solite briciole di compensazione. Mentre il resto del mondo sviluppato accelera sulle rinnovabili e sull’efficienza, l’Italia della premier si rifugia in un anacronistico revival novecentesco fatto di fumo, trivelle e sogni atomici a data da destinarsi.
In questa commedia amara, il centrosinistra recita il ruolo dell’oppositore vergine che ha dimenticato il proprio passato di concessioni e silenzi compiacenti, mentre Fratelli d’Italia si avvita in acrobazie retoriche imbarazzanti, costretta a giurare che gli annunci trionfali del proprio capo non significano quello che tutti abbiamo chiaramente capito. Nel frattempo, i cittadini della Basilicata restano lì a guardare, spettatori paganti di una farsa in cui il loro territorio continua a essere trattato come una miniera da spremere finché c’è liquido da estrarre, salvo poi venire liquidati con una pacca sulla spalla quando osano chiedere rispetto per il proprio futuro.

Insomma, cari Red-pinguini, se il grande piano del governo per rendere l’Italia una superpotenza energetica si riduce a resuscitare le trivelle nei nostri mari e a trattare il Mezzogiorno come una colonia petrolifera da gestire dall’alto, siamo davvero sicuri che il vero fossile in questa storia non sia la classe politica che pretende di guidarci nel futuro?
Ciauz e alla prossima

Di Admin